di Marco Cedolin
Il 2008 è iniziato come peggio non sarebbe stato possibile, non solo per i cittadini di Napoli fatti oggetto di ogni sorta di angheria, ma anche per tutti gli altri italiani trattati come decerebrati da politici e disinformatori di professione che in queste ultime settimane stanno offrendo il meglio del proprio repertorio costituito da decisioni prive di ogni logica e cattiva informazione dispensata a piene mani senza alcun ritegno.
Curiosamente i cittadini che vivono nel napoletano sono assurti all’onore delle cronache di stampa e TV solamente quando, ormai esasperati oltre ogni limite, hanno deciso di scendere in strada per impedire la riapertura dell’ennesima discarica fra le tante che da decenni li stanno costringendo a frequentare in massa gli ormai strapieni reparti di oncologia degli ospedali della propria città.
L’informazione “che conta” ha deciso di farli emergere dallo stato ectoplasmatico nel quale erano da sempre relegati, solamente per stigmatizzarli come facinorosi, violenti, piromani, contestatori, teppisti, nemici dello Stato ed amici della camorra, per il solo fatto di avere osato opporsi ad una decisione imposta dal governo e da una sequela di autorità in gran parte commissariate o in fase di commissariamento. Quella stessa informazione “che conta” dormiva sonni tranquilli fatti di fogli intonsi e completa inanità quando nel 2004 autorevoli riviste internazionali quali Lancet Oncology e Newsweek si occupavano dei cittadini che vivono nel napoletano pubblicando ottime inchieste nelle quali si metteva in evidenza come il gran numero di discariche legali ed illegali fosse la causa principale della vera e propria epidemia di affezioni a carattere tumorale che ammorba pesantemente quella zona della Campania ormai tristemente nota come “triangolo della morte”.
La disastrosa situazione rifiuti di Napoli della quale la classe politica è prima responsabile insieme ad imprenditori senza scrupoli, viene presentata all’opinione pubblica come una conseguenza “dell’egoismo” dei cittadini partenopei e delle mire di una fantomatica camorra tanto impalpabile quanto utile per scusare ogni genere di nefandezza. E’ stata la politica (e non la camorra, a meno che la politica in essa si riconosca) a decidere come gestire la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti nel napoletano durante gli ultimi anni. Così come è stata la politica a consegnare tale gestione e smaltimento ...
Il New Hampshire ha resuscitato due candidati che molti davano già per finiti: Hillary Clinton, sul fronte democratico, e John McCain su quello repubblicano, mentre ha probabilmentre condannato a morte John Edwards, che rischia già di ritirarsi al prossimo turno.
Dopo essersi lasciata andare a un pianto di sconforto, durante un programma televisivo, Hillary Clinton pare abbia risvegliato il cuore di migliaia di massaie, che si sono riversate compatte alle urne, regalandole il 39 per cento dei voti, contro il 37 di Obama. E anche chi ha voluto vedere soltanto delle lacrime di coccodrillo, in quell'episodio, ha dovuto riconoscere che è stata una performance da Oscar. Non potrà mettersi a piangere prima di ogni nuova consultazione, ma nel frattempo la Clinton ha ripreso tono e ha fatto chiaramente capire che i due candidati democratici sono lei e Obama. Mentre Edwards, che ha riportato solo il 17% dei voti democratici, dovrà cercare seriamente di capire che cosa gli manca per riuscire a conquistare la base democratica degli elettori americani.
Su fonte repubblicano McCain, che ha ricevuto il 37% dei voti, ha tratto il previsto vantaggio dal fatto di trovarsi in uno stato ad altissima percentuale laica: senza il supporto degli evangelici Huckabee è crollato al 22%, mentre ha retto bene Mitt Romney (33%), che come mormone raccatta poco comunque, ma con i suoi discorsi da guerrafondaio e torturatore senza pietà si assicura almeno il voto compatto dell'estrema destra del partito.
Fin qui i dati ufficiali. Ci sono però due piccoli "ma" - uno per ciascun vincitore - che vale la pena di analizzare più nel dettaglio.
Nel confronto televisivo di sabato sera, a ciascuno dei repubblicani è stato chiesto se, in caso di vittoria, ...
Il successo elettorale di Ron Paul ha un significato che va ben oltre la sua opposizione all’invasione militare dell’Iraq, da lui apertamente dichiarata nel primo dibattito elettorale, poche settimane fa. Alla domanda del conduttore, che gli chiedeva se per caso non si sentisse “fuori posto”, essendo l’unico fra i repubblicani a volere il ritiro immediato delle truppe, Paul rispose candidamente che “fuori posto era il resto del suo partito, in quanto per tradizione i leader repubblicani del passato erano sempre stati contrari ad un coinvolgimento americano a livello internazionale”.
Ron Paul infatti rappresenta la quintessenza del vero repubblicano, nato insieme alla Costituzione americana, e poi lentamente inquinato, trasformato e metabolizzato da un sistema cosiddetto “democratico“, che non ha nulla a che vedere con le intenzioni originali dei Padri Fondatori.
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Come tutti sanno, gli Stati Uniti sono nati da una guerra di secessione contro la madre-patria Inghilterra, con la rivoluzione del 1776.
Le famose 13 colonie che si ribellarono alla corona inglese avevano subìto a lungo vessazioni di ogni tipo, dall’imposizione di tasse sempre più pesanti a una progressiva limitazione della loro libertà nel gestire gli affari di casa propria. Di fronte alla tensione crescente gli inglesi – che avevano l’esercito più forte del mondo, ma si trovavano in netta minoranza sul suolo americano - tentarono di confiscare le armi dei coloni, per evitare che queste venissero usate contro di loro. In questo modo finirono invece per ottenere l’effetto contrario, dando inizio all’insurrezione che portò i ribelli a dichiarare la propria indipendenza.
A quel punto avvenne l’episodio cruciale che ha fatto da perno all’intera storia degli Stato Uniti, ...
di Marco Cedolin
Tutte le volte che gli uomini politici di ogni risma e colore iniziano a suonare le grancasse dell’informazione, sostenendo attraverso l’uso di aggettivi roboanti la necessità di una nuova grande opera infrastrutturale che porterà sviluppo e benessere economico, sarebbe bene ricordare loro la triste vicenda del tunnel che collega Parigi e Londra correndo sotto la Manica.
L’Eurotunnel è il più lungo tunnel sottomarino del mondo, con i suoi 50 km dei quali 39 corrono sotto il fondale marino alla profondità media di 45 metri, la sua costruzione è durata 7 anni impegnando circa 15.000 lavoratori, con un tributo di 10 morti e 1300 feriti.
L’opera, inaugurata nel 1994, è costituita da tre gallerie parallele, due ferroviarie ed una di servizio nella quale possono circolare i mezzi su gomma preposti alla manutenzione e alle operazioni di soccorso.
La società Eurotunnel offre complessivamente quattro tipi di servizio: i treni passeggeri Eurostar ad alta velocità, i treni navetta per passeggeri, autoveicoli, camion e autobus con autisti a bordo, i treni navetta che trasportano camion su vagoni aperti senza gli autisti a bordo dei mezzi, i treni merci convenzionali che trasportano le merci in vagoni o container.
La vera ragione per cui Eurotunnel ha fatto e continua a fare parlare di sé non risiede però nelle sue misure da record o nell’audacia di un progetto avveniristico, ...
Con i “caucus” (le votazioni popolari) dell’Iowa, giovedì si aprono ufficialmente le primarie americane che ci daranno i due candidati per le presidenziali del prossimo autunno. Due candidati, e non tre, a meno che Ron Paul non decida all’ultimo momento di lasciare le fila dei repubblicani e di candidarsi come indipendente. Ma le probabilità in questo senso sono minime.
Sul fronte repubblicano sono emersi, nel corso delle ultime settimane, i due principali candidati che hanno messo fortemente in dubbio quella che sembrava una vittoria scontata per Rudy Giuliani. I due “rompiscatole” si chiamano Mitt Romney e Mike Huckabee: il primo è un mormone del Midwest che sembra uscito da “central casting” (l’agenzia di fotomodelli per le telenovelas), il secondo un “normale“ protestante dell'Arkansas che sembra uscito da un vecchio film di John Ford. In questi giorni stanno facendo a gara a chi è più bravo a citare la Bibbia, e nei sondaggi hanno talmente distanziato Giuliani – che probabilmente non l’ha mai nemmeno letta – che l’ex-sidaco di New York ha già smesso da tempo di spendere soldi nell’Iowa, per investire in altri stati il resto del suo budget elettorale.
Sul fronte democratico il panorama è altrettanto triste e insipido. Da una parte abbiamo una Clinton talmente controllata ormai in ogni sua minima espressione, vocale e facciale, da essere diventata un manichino prigioniero di se stesso. A contrastarla c’è un improbabile Barak Obama, ...
Siamo tutti “rivoluzionari”, siamo tutti più furbi degli altri, a noi non ce la racconta nessuno, i giornali e la TV manco più li guardiamo, e la storia abbiamo capito tutti che va riscritta da cima a fondo.
Ma quando arrivano le feste di fine anno ricadiamo tutti in un conformismo terrificante, e ci ritroviamo a scambiarci gli auguri come se vivessimo tutti all’interno di un numero speciale di “Famiglia Cristiana“.
Perché? Che cosa ci porta, dopo un anno vissuto all’insegna del più sano scetticismo autocritico, a ricadere in questo meccanismo “piccolo-borghese”, tanto logoro quanto apparentemente inevitabile?
Per riuscire a trovare una risposta, bisogna capire prima di tutto se pronunciando le fatidiche parole “Buon anno” ci auguriamo sinceramente che la persona che ci sta di fronte vada incontro ad un anno sereno e privo di sofferenze, oppure se in realtà del suo futuro non ce ne possa fregare di meno.
A giudicare dalla frequenza con cui ci interesseremo, nel corso dell’anno che viene, alle sue condizioni di vita, sembrerebbe sicuramente che la frase sia una pura e semplice formalità. Eppure, nel momento in cui la pronunciamo esiste - almeno nella grande maggioranza delle persone, mi sembra di capire - un sincero desiderio di bene rivolto all’altro. È chiaro che poi non si può passare il tempo a preoccuparsi di come stanno davvero tutte le persone a cui abbiamo augurato buon anno il 31 dicembre scorso, ma questo non toglie che nel momento di fare quegli auguri ...
LA STIRPE DEI RE
di Marco Pizzuti
Introduzione
L’origine della casta sacerdotale egizia e dei suoi faraoni rimane un enigma storico intricato da sciogliere poiché la sua formazione risale a tempi così remoti da non averci lasciato sufficiente memoria archeologica. I documenti di cui disponiamo infatti, sono solo quelli emersi dalla tradizione egizia, la quale rimanda l’instaurazione dell’elite dominante più antica d’Egitto ai c.d. "seguaci di Horus". Questi ultimi però, stando alla scuola di pensiero ortodossa, non sarebbero mai realmente esistiti, in quanto parte integrante della mitologia egizia. Questo non esclude però che si sia effettivamente trattato degli ultimi superstiti di un evoluto gruppo etnico proveniente dall’esterno, che avrebbe svolto il ruolo di civilizzatore degli altri popoli dopo l’ultima glaciazione.
Di certezze, quindi, ce ne sono poche, e la stessa genesi della prima aristocrazia egizia è rimasta da tempo confinata nell’enorme calderone delle congetture accademiche. Tuttavia, qualche punto fermo c’è, ed è possibile partire da questi per trarre qualche interessante conclusione.
Le migrazioni dei popoli nel processo di deglaciazione
In tempi assai remoti la sopravvivenza della civiltà umana è stata messa a dura prova dagli assestamenti climatici che seguirono l’era glaciale. La nostra specie quindi precipitò più volte nel caos, proprio come descritto dalle tradizioni che riportano la storia del c.d. diluvio universale. Pertanto è assai probabile che nel processo di "ricostruzione", l’etnia più avanzata abbia svolto un ruolo civilizzatore ...
Leggi tutto: Ecoballe e cancrovalorizzatori