Il video è quello dell’anno scorso. Ma l’ho riguardato, e ho pensato che una rinfrescata su certi dettagli potesse essere utile. Fra gli altri, il passaggio su Charlie Kirk.
Dopo la caduta di immagine dovuta al documentario NAZA, Israele passa al contrattacco.
Inizialmente, quando è uscito il documentario premiato a Venezia, i vertici dell’IDF avevano detto che era pieno di falsità, e avevano definito “poco credibili” le testimonianze presentate, “perchè i testimoni non mostrano il volto”.
Ma ora Israele ha deciso che smentire non basta, e hanno prodotto un controdocumentario intitolato “Naza the real story”, che dovrebbe mostrare quale sia la “vera storia” di quello che accade a Gaza. Lo potete vedere integralmente online.
Come potrete vedere, la narrazione è sostenuta quasi interamente da un personaggio ripreso di schiena, di cui non compare il volto e non viene detto il nome. Evidentemente per Israele l’identità del loro testimoni va protetta, mentre quella dei testimoni del documentario originale andava resa pubblica, affinchè i loro racconti fossero credibili.
E’ dal lontano 1996 che Benjamin Netanyahu ha scoperto quale grande aiuto gli possa dare il terrorismo jihadista. Anzi, sembra proprio che Netanyahu abbia il “potere” di generare attentati islamici ad hoc, ogni volta che ne ha bisogno politicamente.
Accadde nel ‘96, quando Netanyahu si candidò per la prima volta a governare il paese. Pur essendo molto indietro nei sondaggi rispetto al laburista Shimon Peres, Netanyahu approfittò di una serie provvidenziale di attentati jihadisti – a pochi giorni dalle elezioni - che fecero sterzare bruscamente il paese a destra, e lo fecero risalire velocemente nei sondaggi, fino a regalargli una vittoria inaspettata.
Accadde nuovamente nel ‘98, quando cercava disperatamente una scusa per non onorare gli accordi di Oslo, firmati qualche anno prima da Rabin. Nuovamente, una provvidenziale bomba al mercato di Gerusalemme gli offrì l’opportunità per accusare Arafat di non saper controllare i palestinesi, congelando così in modo permanente il processo di pace.
Un ottimo articolo degli scrittori palestinesi Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad, pubblicato dall’Antidipolomatico, sta sollevando una interessante discussione in rete sulla valenza politica della denuncia contenuta nel documentario “Naza”. Perchè – si domandano gli autori – crediamo ciecamente alle testimonianze dei soldati israeliani, mentre i palestinesi non hanno alcuna autorevolezza nel raccontarci la loro verità? E poi: non sarà che la denuncia contenuta in Naza possa alla fine servire per ripulire la coscienza di tutto l’occidente? Non sarebbe meglio guardare ricostruzioni storiche (come il film “Palestine 36”) per risalire davvero alla radice del problema?
Di seguito alcuni estratti dall’articolo citato:
Da quasi tre anni i palestinesi di Gaza documentano in tempo reale la propria distruzione. Hanno filmato le bombe mentre cadevano, i bambini estratti dalle macerie, gli ospedali che crollavano attorno ai medici, i giornalisti uccisi mentre lavoravano. Padri e madri hanno puntato le telecamere sui corpi dei propri figli. Hanno filmato se stessi mentre morivano di fame, fuggivano, tornavano, scavavano, seppellivano. È difficile immaginare la distruzione di un popolo documentata più di questa, e non solo da ottobre 2023, ma da decenni. Eppure non bastava. Non basta mai. Solo quando a parlare è un israeliano, la sala si alza.
Il termine ebraico “naza” significa “danno collaterale”. E’ usato dai soldati dell’IDF per tutti quei civili che restano uccisi mentre loro combattono i terroristi.
“Naza” è anche il titolo di un documentario firmato dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor (già autori del documentario “No Other Land”, Premio Oscar 2025). “Naza” ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia che si è appena concluso.
Il film si basa su testimonianze anonime di soldati e ufficiali dell’intelligence, che descrivono l’uso di questo termine e i meccanismi di valutazione dei danni collaterali durante le operazioni a Gaza. Secondo il riassunto pubblicato dagli autori, “il film rivela nel dettaglio i sistemi utilizzati da Israele per le intenzionali uccisioni di massa di civili a Gaza”.
Come al solito i media mondiali arrivano in ritardo, e svelano solo in modo parziale, le grandi verità scomode.
Avviene sempre, in tutti i casi più controversi: prima si nega tenacemente ogni sospetto, poi quando la verità si fa strada ad ogni costo, e si è costretti ad ammettere che la versione ufficiale non sta in piedi, allora si concede qualcosa - in modo da non apparire fessi del tutto - mentre si cerca comunque di limitare i danni e mascherare la verità più scomoda e profonda.
In inglese il termine preciso è “limited hangout” che significa “esposizione limitata”. Fu coniato da un agente della CIA, Victor Marchetti, che così lo descriveva in un suo articolo del 1978:
I ministri degli esteri di otto nazioni arabe/islamiche hanno pubblicato un comunicato ufficiale congiunto, nel quale condannano il piano di colonizzazione E1 da parte di Israele, oltre alle azioni criminali dello stato sionista contro i palestinesi. La colonia E1, approvata da Ben Gvir, è stata progettata per separare definitivamente Gerusalemme Est dal resto dei territori occupati. Il comunicato, che compare sulla pagina ufficiale del governo degli Emirati Arabi Uniti, così recita:
"I Ministri degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, del Regno dell’Arabia Saudita, dello Stato del Qatar, del Regno Hascemita di Giordania, della Repubblica di Indonesia, della Repubblica Islamica del Pakistan, della Repubblica di Turchia e della Repubblica Araba d’Egitto condannano senza riserve le politiche di colonizzazione illegali perseguite da Israele nel Territorio Palestinese Occupato, e respingono categoricamente il piano di colonizzazione “E1” e le relative attività di colonizzazione a est di Gerusalemme Est occupata.
Ogni tanto arriva qualcuno che si affaccia alla finestra del mondo e proclama che ”l’unica risposta al problema palestinese è la soluzione a due stati”.
Lo ha fatto anche il Papa, domenica scorsa all’Angelus, quando ha dichiarato: «Chiedo con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati, per una pace giusta e duratura».
A parte che non si sa bene chi sia questa “comunità internazionale” a cui si rivolge il Papa, ma va ricordato che chiunque sostenga oggi la soluzione a due stati è, nella migliore delle ipotesi, un ignorante, nella peggiore un ipocrita.
La soluzione a due stati è nata ad Oslo nel 1993, ed è morta 3 anni dopo, nel 1996, in Israele. In realtà, come vedremo, non è mai veramente esistita.
Questa è la testimonianza di Vincenzo Fullone, l'ultimo italiano liberato da Israele, dopo essere stato arrestato in acque internazionali dalle forze dell'IDF.
Calcisticamente il valore sarà minimo, ma la partita Iran-Egitto offre la scusa per proporre anche un confronto simbolico dal punto di vista storico. Sabato infatti si scontreranno le due nazioni che più di ogni altra hanno contribuito a determinare i destini del popolo palestinese. Una in senso positivo, l’altra in senso negativo.
L’appoggio dato dall’Iran alla causa palestinese, tramite il supporto finanziario e ideologico a organizzazioni come Hezbollah e Hamas, sta sulle prime pagine di tutti i giornali, e non necessita di essere illustrato ulteriormente.
Meno nota invece è la storia dell’Egitto, che dai palestinesi è stato percepito come in vero e proprio traditore della loro causa, e che molti additano come il vero responsabile della sconfitta storica del popolo palestinese.
Leggi tutto: 7 ottobre (3° anniversario)