Francesca Albanese ha presentato all’ONU il suo rapporto intitolato “Genocidio a Gaza: un crimine collettivo”, accusando gli stati occidentali di complicità nel genocidio. Il rapporto è stato criticato non solo – ovviamente – da Israele, ma anche dal nostro stesso ambasciatore all’ONU, Massari, che lo ha definito “totalmente privo di credibilità”
COSA DICE IL RAPPORTO
Israele, ha detto Albanese, ha lasciato Gaza “soffocata, affamata e distrutta”. Il suo rapporto, che esamina il ruolo di 63 Stati nelle azioni di Israele (sia a Gaza che in Cisgiordania), denuncia un ordine mondiale coloniale, sostenuto da un sistema globale di complicità.
“Attraverso azioni illegali e omissioni deliberate, troppi Stati hanno danneggiato, fondato e protetto l’apartheid militarizzato di Israele, permettendo alla sua impresa coloniale di trasformarsi in genocidio, il crimine supremo contro il popolo indigeno della Palestina”.
In Palestina continua il teatrino delle illusioni.
Dieci giorni fa abbiamo avuto gli “accordi di pace” fra Israele e Hamas, che sono stati firmati da mezzo mondo, ma non da Israele nè da Hamas. E non è certo un caso che Hamas abbia appena dichiarato che “senza il ritiro totale dell’IDF da Gaza non deporremo le armi”, mentre Netanyahu ha dichiarato che “a Gaza ci siamo per restare. Dobbiamo garantire la sicurezza di Israele”.
Quindi, in sostanza, nulla di fatto. Hamas rimane, l’IDF pure, e presto troveranno un pretesto per ricominciare a combattere. Con la differenza che ora Israele avrà le mani completamente libere, perchè gli ostaggi vivi sono tutti tornati a casa.
Però al mondo è stata servita la bugia della “pace in Palestina”, perchè era necessario far scendere un pò il livello di indignazione nel mondo, prima che andasse fuori controllo. E’ stata una grande operazione di ipnosi di massa, che grazie alla connivenza dei media mainstream ha funzionato alla perfezione.
Pensate di assistere ad una meravigliosa festa di matrimonio. Ci sono ospiti venuti da ogni parte d’Italia. Ci sono i parenti, gli amici, gli zii, i cugini, i vecchi compagni di scuola, i colleghi di lavoro… Insomma ci sono veramente tutti, ma mancano loro: mancano gli sposi.
Questo è, mutatis mutandis, quello che è accaduto ieri a Sharm el-Sheikh. C’erano tutti, per la firma dell’accordo “di portata storica”. C’erano gli Stati Uniti, l’Egitto, la Turchia, l’Arabia Saudita, la Giordania e il Qatar. C’erano Macron, la Meloni, Keir Starmer, Friedrich Merz e Pedro Sanchez. C’erano il Pakistan, l’Indonesia, l’India, e persino il Canada.
Mancavano solo loro due: Israele, e Hamas.
"Sosteniamo che vi sia una presumibile complicità del governo italiano nei crimini israeliani menzionati e che la relativa responsabilità sorga presumibilmente in capo ai principali componenti del governo italiano e cioè il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro degli esteri nonché vicepremier Antonio Tajani, e il ministro della difesa Guido Crosetto, da ritenere presumibilmente colpevoli in quanto titolari del potere decisionale in ordine alla cooperazione militare e di sicurezza con Israele e all’autorizzazione delle forniture di armi, senza che possano opporre alcuna immunità di natura personale e funzionale, dato che le relative attività si sono svolte nel più evidente dispregio delle normative interne e internazionali".
E’ probabile che gli stessi organizzatori dell’operazione flottiglia, all’inizio, non avessero previsto quelle che sta succedendo, e quello che probabilmente succederà, nei prossimi giorni.
Inizialmente, devono aver pensato: “Facciamo una azione dimostrativa: arriviamo fino a Gaza, ci facciamo arrestare, e in questo modo attireremo l’attenzione del mondo sul genocidio in corso”.
Ma quello che sta succedendo è ben altro: ciò che non avevano previsto, infatti, è la stupidità di Israele che, invece di ignorarli fino all’ultimo momento, sta facendo di tutto per attirare l’attenzione del mondo sulla flotta in avvicinamento. Nel tentativo di scoraggiare i partecipanti ad avvicinarsi a Gaza, li stanno attaccando addirittura con i droni, quando ancora si trovano a centinaia di miglia dalla loro destinazione. Evidentemente questa flottiglia deve aver toccato un nervo scoperto in Israele, perchè in questo modo le prime pagine di mezzo mondo parlano già del problema, prima ancora che diventi tale.
C’è qualcosa di peggio di un primo ministro che si renda complice, con il suo prolungato silenzio (e con la vendita di armi allo stato criminale di Israele), del genocidio in corso a Gaza? Sì, c’è: è un primo ministro che, nonostante nella sostanza continui a restare complice, cerchi di salvarsi la faccia con una dichiarazione ipocrita e surreale: “Siamo disposti a riconoscere la Palestina, ma solo senza Hamas”.
Meloni sa benissimo che Hamas resterà ancora a lungo sulla scena, perchè è interesse dello stesso Netanyahu mantenerla in vita il più a lungo possibile. Quindi, la frase “riconoscere la Palestina, ma solo senza Hamas” equivale a nascondersi dietro ad una foglia di fico, per continuare a dire di no senza dover dire apertamente di no.
La vita non finisce mai di stupirci.
Quella di piagnucolare sempre è un’arte, e non c’è popolo come quello israeliano che l’abbia imparata alla perfezione.
Per ogni razzo di Hamas che cade in territorio israeliano arrivano subito le troupe televisive, che fanno vedere la capretta morta per l’esplosione, e intervistano il cactus ferito che ha perso tutte le foglie.
Per ogni svastica che compare sui muri di una città europea si riunisce subito il comitato ebraico guidato dal rabbino locale, e convocano la stampa per denunciare al mondo l’ennesimo episodio di “antisemitismo inaccettabile”.
Google ha stipulato un contratto pubblicitario da 45 milioni di dollari con l'ufficio del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu per diffondere propaganda che nega la carestia a Gaza, come rivelato dal sito Drop Site News .
La campagna semestrale, partita a giugno, è gestita tramite YouTube e il servizio “Display & Video 360” di Google, ed è descritta nel contratto governativo come “Hasbara” [“propaganda” N.d.r.].
I dettagli dell’accordo sono stati resi noti dall'ufficio statale per la pubblicità, Lapam, che fa capo direttamente all'ufficio di Netanyahu.
di Odeh Bisharat – Haaretz (Titolo Originale: “Israel Was Born for War and Is Thriving on It”)
Un paese di 10 milioni di persone ha trascorso gli ultimi due anni a condurre una guerra su cinque fronti, con ingenti spese militari, la perdita di milioni di giornate di lavoro civili per il servizio militare, e, per giunta, si fa carico anche dei costi di sostentamento degli ultra-ortodossi e dei coloni. Eppure i suoi centri commerciali, ristoranti e caffè sono affollati, i voli per i viaggi all'estero sono pieni, e la disoccupazione è in calo. Il mercato azionario è in crescita, l'inflazione è sotto controllo e lo shekel è forte. Stiamo assistendo a un miracolo moderno?
Tutte le più fosche previsioni sull'economia diffuse dal campo anti-Netanyahu, sulla riforma giudiziaria e sulla guerra di Gaza, si sono rivelate sbagliate. La domanda ora è: perché lo Stato di Israele si è arricchito con la guerra mentre altri paesi soffrono di carenze e inflazione elevata?
Leggi tutto: Francesca Albanese: la cruda verità