Prendo spunto da recenti scontri di Milano per proporvi una riflessione: sembra che esistano due tipologie ben precise di cervello umano, che reagiscono in modo completamente diverso di fronte alle violenze di strada.
Possiamo chiamarli, per comodità, cervello A e cervello B.
Il cervello A invita a comprendere le cause del problema, ma di fatto non propone alcuna soluzione. Il cervello B si disinteressa delle cause, e propone invece una singola soluzione: la repressione.
Curiosamente, queste due posizioni sono perfettamente rappresentate nella contrapposizione tra stampa “liberal/progressista” come Corriere, Stampa e Repubblica (cervello A), e stampa “conservatrice”, come La Verità, Libero, Il Giornale, Il Tempo, Il Foglio (cervello B).
di Alessandro Bartoloni
La Guerra fredda non è stata solo una questione di missili, spie e sbarramenti militari. Quello che la storiografia ufficiale spesso dimentica — o finge di non vedere — è che la battaglia più feroce e decisiva si è combattuta direttamente dentro le teste delle persone. Gli Stati Uniti non si sono accontentati di dominare il mondo con la forza delle armi e il peso del dollaro: hanno voluto plasmare le categorie stesse con cui le società occidentali interpretano la realtà, ridefinendo da cima a fondo ciò che è desiderabile, accettabile o anche solo pensabile. Questo articolo è frutto della lettura di alcuni testi che hanno trattato direttamente questo tema, come Perché l’occidente odia la Russia di Hauke Ritz, La guerra fredda culturale di Frances Conor Staunders, e Who paied the pipers of western marxism, di Gabriel Rockhill.
In una vecchia barzelletta, un negro si presenta in una università italiana e chiede: “Buongiorno, vorrei iscrivermi a questa università. È possibile?” “Certamente - gli risponde l’impiegata - che ramo desidera?” E il negro risponde: “Perchè, non posso avere un banco anch’io come tutti gli altri?”
Ecco, ieri mi è successa una cosa simile: quando ho letto il titolo “scuola: un tetto agli immigrati” ho pensato “ma perché, ora studiano all’aperto?”
Solo dopo ho capito che il tetto di cui si parlava era di tipo numerico, nel senso che si vuole porre un limite alla loro presenza nelle scuole italiane.
Ma allora mi domando: perché si cerca sempre di risolvere i problemi dalla coda? Se questi immigrati sono già in Italia, cambia qualcosa se non possono andare a scuola? Anche perché, se non vanno a scuola, questi andranno in giro tutto il giorno a bighellonare e creare casini, no?
La scorsa settimana abbiamo affrontato, in modo un po’ scherzoso, la “questione della quercia”. Io avevo chiesto a Massimo Citro: “ma quando non la guardo, la quercia che c’è nel mio giardino esiste?” Ne era nata una discussione, fra il serio e il faceto, che andava a toccare elementi di filosofia e di fisica quantistica.
Ragionando sullo stesso argomento, mi è venuto da pormi la stessa domanda rispetto all’essere umano:
Ma quando una persona è sola, e nessuno la vede, questa persona esiste?
Ovviamente, non intendo “esiste” dal punto di vista fisico. È chiaro che fisicamente ogni essere umano esiste, che sia solo oppure in compagnia. La mia domanda riguarda le relazioni umane, ovvero se la mancanza di una interazione con altre persone dia comunque un senso all’esistenza di ciascuno di noi.
di Andrea Zhok
Si stanno celebrando in questi giorni i funerali del “woke”. Come sempre gli ordini di scuderia sono partiti dagli USA dove l’icona progressista Alexandria Ocasio-Cortez, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, ha fatto uno spostamento tattico per recuperare il voto popolare perduto dai progressisti: “Controordine compagni, ci siamo concentrati sul woke mentre abbiamo perso contatto con il mondo del lavoro.”
1) IL CONFORMISMO MANNARO.
Una prima osservazione. Qualcuno potrebbe dire che il woke è nato come è morto: senza una ragione, senza una spiegazione razionale, semplicemente sull’onda dell’opportunismo e del conformismo di gruppi autorevoli annidati innanzitutto e principalmente nelle università americane. In effetti il dato più eminente della cultura woke – termine vago che copre una trasformazione culturale che parte dagli anni ’70 – è che non ha mai funzionato come un dispositivo razionale.
Negli anni 80 feci un viaggio in Giappone, per girare un documentario per la RAI. Rimasi a Tokio 15 giorni. Dalla stanza del mio albergo vedevo un ponte, che attraversa uno dei fiumi della capitale. Nell’arco di 15 giorni ho visto smontare il ponte esistente, e ricostruirne uno completamente nuovo. Squadre di operai lavoravano notte e giorno, ininterrottamente. Quando calava il sole si accendevano le fotoelettriche, e il cantiere non si fermava mai. Lavoravano in modo ordinato, senza fare eccessivo rumore, con le squadre di operai che si alternavano ordinatamente ogni 8 ore. Noi della troupe eravamo esterrefatti da tanta efficienza: ogni sera rientravamo dal lavoro, e vedevamo con nostri occhi i progressi fatti nelle ultime 24 ore. Lo ripeto, quando siamo arrivati c’era il ponte vecchio, perfettamente funzionante. Quando siamo ripartiti c’era quello nuovo, già perfettamente funzionante.
Ad Amatrice nel 2016 c’è stato un terremoto. Dopo dieci anni, solo il 30% del paese è stato ricostruito. Le macerie sono ancora dappertutto, molte strade sono inagibili, i negozi sono scomparsi, intere zone del paesino sono ancora inaccessibili, e la gente che è rimasta vive in abitazioni di fortuna che sembrano la casetta della Barbie.
Il gioco di “tirare le parole” fa parte della storia umana. Fin da quando l’uomo è stato in grado di comunicare, ha scoperto che lo stesso evento può assumere colori differenti, a seconda delle parole che si usino per descriverlo.
Ma in questo momento si ha la netta impressione che questa tendenza umana a distorcere la visione dei fatti a proprio favore sia particolarmente aumentata.
Non sarebbe altrimenti possibile avere, nei casi di cronaca più recenti, delle letture completamente antitetiche che convivono serenamente sulle pagine dei nostri giornali (e nei talk televisivi).
Vorrei proporvi una breve riflessione, che riguarda i diversi livelli di potere.
Qui dentro molti di noi sono convinti (me compreso) che i politici di oggi siano in realtà dei semplici “camerieri”, messi lì dai poteri occulti per controllare le masse e guidarle in determinate direzioni, a seconda delle necessità.
Più che “messi lì”, tecnicamente, si potrebbe dire che viene permesso ad un politico di fare carriera solo se è controllabile e gestibile dall’alto. Questo significa che automaticamente arriveranno al governo solo personaggi "malleabili", che sono già predisposti in qualche modo ad obbedire, senza bisogno che vi sia qualcuno che li cali fisicamente dall’alto in quella posizione.
È una specie di filtro automatico, che permette al politico di fare carriera restando pienamente convinto di essere lui il protagonista del suo percorso.
di Daniele D'Innocenzio [articoli degli utenti]
Immaginate il paesaggio del Giappone che sfreccia oltre il finestrino di uno Shinkansen, il treno proiettile che solca l’arcipelago come un ago d’argento cucitore di distanze. Il mondo è una scia sfocata, un trionfo di accelerazione, di efficienza, di quel ritmo cardiaco che la nostra epoca ha eletto ad unico battito possibile. Eppure, improvvisamente, il convoglio rallenta. Si ferma. Le porte si aprono su una piattaforma il cui nome, per un orecchio occidentale, è un incantesimo incomprensibile, eppure custodisce una geografia precisa: è la piattaforma con vista sul fiume (Seiryū Miharashi-eki).
Ma c’è un dettaglio, una regola non scritta ma ferrea, che trasforma questo scalo in un enigma esistenziale: non si può scendere. Non ci sono tornelli che conducono all’uscita, non ci sono centri commerciali, non ci sono discoteche, non c’è il rumore rassicurante del consumo. Si è costretti a restare lì, sospesi tra l’arrivo e la partenza, in un limbo di cemento e aria. Qual è il senso di questa sospensione in una nazione che dell’accelerazione ha fatto la sua religione laica? Il senso è una provocazione silenziosa, un imperativo categorico scolpito nel vento: fermati.
Leggi tutto: Scontro fra cervelli