Mezza Italia si sta commuovendo per la vicenda del piccolo Domenico, a cui hanno trapiantato un cuore difettoso. Ormai non c’è telegiornale che non ne parli. Conosciamo il volto della madre, il volto del suo avvocato, sappiamo tutto della macchina che lo tiene in vita, conosciamo la situazione drammatica di questa donna che ogni giorno si fa sei ore sui mezzi pubblici per andare a trovare il figlio in ospedale.

L’Italia ha il fiato sospeso per questo bambino attaccato alla macchina, che rischia di andarsene da un momento all’altro.

Nel frattempo, ogni giorno, decine di madri palestinesi devono dire addio ai loro figli piccoli, dilaniati dalla bombe o colpiti dai proiettili di Israele, oppure più semplicemente morti di fame o di malattia. Anche queste madri abbracciano con tenerezza i piccoli corpicini, anche queste madri cercano con lo sguardo perso nel vuoto un motivo per continuare a vivere.

Eppure noi a queste madri dedichiamo – al massimo – un pensiero lontano. Ma la loro tragedia non ci coinvolge a livello emotivo. Quella di Domenico sì. Perchè?

Perchè Domenico è uno di noi. Domenico, in questo momento, è il figlio piccolo di tutti gli italiani. Per questo motivo, il meccanismo di identificazione con la madre è fortissimo. In questo momento siamo tutti mamma di quel bambino che sta morendo.

Invece il bimbo palestinese è figlio altrui. E’ figlio di una donna senza nome. Lui stesso ha un nome che non conosciamo. Il bambino palestinese, senza nome e senza identità, è sostanzialmente un numero. Certo, ci dispiace anche per lui, ma in modo e in misura completamente differenti da come ci dispiace per Domenico.

Io non voglio trarre nessuna “lezione morale” da questa riflessione. E non cascherò certo nel tranello di dire che viviamo in un modo egoista, l’occidente, dove guardiamo solo a ciò che accade nel cortile di casa nostra. Non è così, anche perchè certamente, a ruoli invertiti, abbiamo lo stesso identico fenomeno: i palestinesi soffrono molto di più per uno dei loro figli ucciso, che non per uno dei nostri. I così fanno i cinesi, gli eschimesi e gli aborigeni. Loro conoscono bene i nomi e le storie di ciascuna delle loro piccole vittime, e delle loro madri. Mentre per loro, “la mamma di Domenico” è solo una serie di parole che non ha alcun significato particolare.

Allora diciamo una cosa: l’umanità è ancora in una fase in cui ciascuno prova un grande dolore per le proprie vittime, ma molto meno per quelli altrui. Più sono “vicini a casa” – in senso geografico e in senso culturale - e più è forte il senso di identificazione con la vittima, e con i suoi genitori. Più sono distanti, e meno la cosa ci interessa. L’umanità è ancora lontana dall’arrivare a capire che siamo tutti figli dello stesso Dio, che originiamo tutti dalla stessa scintilla divina, che facciamo tutti parte dello stesso progetto, che viviamo tutti sotto lo stesso cielo, che respiriamo tutti la stessa aria e beviamo la stessa acqua, che il male perpetrato dagli esseri umani è lo stesso a qualunque longitudine, e che il dolore di ciascuno è il dolore di tutti noi, indipendentemente da dove ci troviamo a vivere nel mondo in quel momento.

Il percorso per arrivare a capirlo è iniziato, certamente, ma è ancora molto lungo.

Massimo Mazzucco

Comments  

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Il percorso per arrivare a capirlo è iniziato,

Dove? Quando? A me pare stiamo facendo il percorso contrario, per via delle influenze di certe cupole ovviamente.
Non scadiamo peró in una cómoda quanto saturante reductio ad Gaza.

Troppo facile, troppo facile farsi rinfacciare che il povero bimbo non ha nessuna colpa, nemmeno quella di vivere in Palestina.

Edit. E aggiungo che non siamo figli dello stesso Dio. Manco per niente. Siamo esseri tribali che vivono ancora per occupare i terreni della tribú avversaria, per fottergli le donne e per ammazzargli i figli. Tutti, nessuno escluso. Cambiano solo forme, tempi e modi.

Quote:

… l’umanità è ancora in una fase in cui ciascuno prova un grande dolore per le proprie vittime, ma molto meno per quelli altrui…
… L’umanità è ancora lontana dall’arrivare a capire che siamo tutti figli dello stesso Dio, che originiamo tutti dalla stessa scintilla divina, che facciamo tutti parte dello stesso progetto, che viviamo tutti sotto lo stesso cielo, che respiriamo tutti la stessa aria e beviamo la stessa acqua, che il male perpetrato dagli esseri umani è lo stesso a qualunque longitudine, e che il dolore di ciascuno è il dolore di tutti noi, indipendentemente da dove ci troviamo a vivere nel mondo in quel momento.
Il percorso per arrivare a capirlo è iniziato, certamente, ma è ancora molto lungo.

… l’umanità è ancora lontana dall’arrivare a percepire un senso di empatia esteso…
… per tutti i bambini del mondo… per tutte le sofferenze altrui… anche per gli animali...
… che sono sempre diverse ma sempre troppo uguali alle nostre…
... “per chi suona la campana?”… come ci ricorda il poeta inglese John Donne…
… "Nessun uomo è un'isola"… una riflessione sull'interconnessione umana e la morte...
… "E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te"…

… suona sempre per te… anche se il dolore insopportabile ti impedisce di capire...
JOHN COFFEY

... sono stanco capo...
... tratto dal film: "il miglio verde"

"...Allora diciamo una cosa: l’umanità è ancora in una fase in cui ciascuno prova un grande dolore per le proprie vittime, ma molto meno per quelli altrui. ..."

L'umanità è ancora in una fase in cui troppo pochi hanno raggiunto il livello di coscienza che li fa immedesimare nelle sofferenze degli altri.

Però si potrebbe alleviare un poco il calvario della mamma del piccolo permettendole di dormire e mangiare in ospedale o mettendole a disposizione un taxi.

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"Ma la loro tragedia non ci coinvolge a livello emotivo. Quella di Domenico sì. Perchè?"

Tu identifichi la causa in ignoranza ed egoismo.
Secondo me agisce anche un meccanismo psicologico di difesa. Cerchiamo di mettere un perimetro perché non possiamo reggere un coinvolgimento emotivo forte provocato da tutto ciò che succede in ogni angolo del mondo solo perché da 30 anni c'è internet e tutto ci raggiunge real time, o quasi. E così accadrà col caso Epstein credo. Trovo in certa misura saggio cercare di difendere il perimetro (senza eccedere arrivando a mettere la testa sotto la sabbia). Sul caso del bimbo italiano si può proiettare la propria rabbia e indignazione e la psiche regge. Il dramma di Gaza oltre a essere lontano è soverchiante per dimensione, caratteristiche e durata. La lontananza geografica è un alibi per bloccare il collegamento emotivo ("è roba che accade in quel mondo là, mica ste cose succedono qua da noi").




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"L’umanità è ancora lontana dall’arrivare a capire che siamo tutti figli dello stesso Dio, che originiamo tutti dalla stessa scintilla divina, che facciamo tutti parte dello stesso progetto"

Hai la tua fede e la rispetto Massimo. Non la esprimerei in questo modo come se fosse una verità palese per tutti. Io preferisco mantenere i punti interrogativi su misteri non risolti/non risolvibili.

Ultima riflessione: se c'è un progetto che contempla che noi siamo fortunati a scriverci qua rispetto ai tanti che soffrono altrove, non è che ciò fa parte del medesimo progetto?
Da un lato senti intimamente che esiste un grande progetto divino, ma rifiuti che tutti gli elementi della realtà (compresi quelli peggiori) facciano parte del progetto, come ingranaggi necessari e perfettamente inseriti. Non vedi un elemento di contraddizione? Le sofferenze e ingiustizie non sono necessariamente elementi estranei, sei tu (come tanti) a percepirli così in base a categorie di bene e male.
Non è che c'è gente che deve espiare qualcosa che ha fatto nelle vite precedenti? Noi misuriamo il film guardando i nostri 30 secondi di viaggio, ma ci manca il resto del film.

Ovviamente non è da intendersi come un "va tutto bene madama la marchesa".
#6 Karpov 20-02-2026 00:05

"...Il dramma di Gaza oltre a essere lontano è "soverchiante" per dimensione e caratteristiche. La lontananza geografica è un alibi per bloccare il collegamento emotivo ("è roba che accade in quel mondo là, mica ste cose succedono qua da noi")."

Il dramma di Gaza non è, però, abbastanza lontano da impedire ai nostri governanti (che ci sono maledettamente vicini) di fornire armi e solidarietà a chi lo provoca e lo rende volutamente soverchiante.
Provocazione preferenziale

Il tema così proposto sembra essere una provocazione per testare la sensibilità degli italiani, che sembra essere riposta esclusivamente verso i propri bambini.
Se il tema di questo povero bambino italiano viene proposto continuamente dall'informazione, non significa che gli italiani abbiano più interesse verso i propri bambini e dimenticano quanto è successo a Gaza e non solo. Personalmente guarderei il fatto del piccolo Domenico più come mala Sanità che non come preferenza verso i bambini italiani.
Poi il continuo bombardamento mediatico sembra essere, come in altri casi, una sorta di riempimento giornalistico, piuttosto che un reale interesse verso la vicenda. Ma anche, parlare sempre dello stesso argomento, può essere una tattica, per non raccontare quello che non si può dire rispetto ad altri fatti, forse anche più gravi relativi ai minori, tipo i files Epstein.