di Clara Statello
Il terrore scuote di nuovo la Federazione Russa, l’ultima notte di maggio: due ponti crollano su due linee ferrate, al passaggio di due treni. I disastri si susseguono a poche ore uno dall’altro, nelle regioni di Bryansk e Kursk, al confine con l’Ucraina.
Non si tratta di un incidente fatale, il cedimento è la conseguenza di esplosioni provocate da cariche piazzate ai piedi e lungo il sostegno delle infrastrutture. È un attentato terroristico, pianificato al millimetro. Entrambi i ponti crollano precisamente sulle locomotive, che deragliano trascinando con sé i vagoni in testa.
La prima esplosione è avvenuta sabato notte alle ore 22:50, sulla tratta ferroviaria Vygonichi-Pilshino, nella regione di Bryansk, provocando il deragliamento del treno Klimov-Mosca, che trasportava 379 persone. Una strage: 7 morti, tra cui un macchinista, e una settantina di feriti, più della metà in ospedale. Tra questi tre bambini e un neonato di pochi mesi in gravi condizioni.
In questa intervista esclusiva rilasciata a Telecolor, il candidato rumeno George Simion, già vincitore con ampio margine del primo turno elettorale, denuncia il broglio messo in atto contro di lui dal potere di Bruxelles nella tornata finale. Denuncia inoltre la dichiarazione di Pavel Durov, proprietario di Telegram, al quale è stato chiesto espressamente dai servizi francesi di boicottare Simion. (Dal minuto 4.40).
Questa è l’introduzione che Maria Zakharova ha scritto per il libro di Vincenzo Lorusso (Donbass Italia):
Il libro che teniamo tra le mani è allo stesso tempo uno studio, una testimonianza e un forte gesto giornalistico, morale e politico.
Il giornalista e reporter italiano Vincenzo Lorusso affronta il fenomeno della «russofobia» non come un'anomalia politica momentanea, ma come una stabile costruzione culturale e storica, le cui radici affondano nella tradizione pseudo-intellettuale occidentale. Non a caso l'autore inizia la sua narrazione con la figura di Fëdor Dostoevskij, un pensatore così profondamente consapevole delle contraddizioni interne alla cultura occidentale che ancora oggi i suoi testi suscitano preoccupazione tra coloro che aspirano all'unificazione intellettuale e alla semplicità ideologica.
La «russofobia», come dimostrato in modo convincente in quest'opera, non è un'emozione spontanea, ma uno strumento di pressione politica, di giustificazione dell'aggressione, di sostituzione di concetti e di deformazione della memoria.
LA REPUBBLICA: “Zelensky apre a Putin”. LA STAMPA: “Zelensky sfida Putin”. IL RESTO DEL CARLINO; “Zelensky apre a Putin”. IL MESSAGGERO: “Zelensky: incontrerò Putin”. DOMANI: “Il contropiede di Zelensky: pronto a vedere Putin di persona”. IL MATTINO: “Arriva il sì di Zelensky, incontrerò Putin”. IL SECOLO XIX: “Offerta di Zelensky a Putin”.
Voi che cosa deducete da questa serie di titoli di giornale? Che c’è un umile tizio che si chiama Putin, il quale chiede da anni di incontrare un potentissimo signore chiamato Zelensky, che vive in un alto castello dalle parti di Kiev. E che oggi finalmente questo Lord Zelensky ha concesso al tizio in questione la grazia di un incontro che andava elemosinando da anni.
Ora capite che con un incipit del genere NESSUNO potrà mai capire cosa sta succedendo veramente in Ucraina?
di B17tv
L'intervista CBS a Lavrov è un perfetto esempio di come due mondi paralleli possano coesistere senza mai incontrarsi.
di B17tv
Turchia, Antalya, 12 aprile 2025 – Al 4° Forum della Diplomazia di Antalya, Jeffrey Sachs rilasciato alcune dichiarazioni basate su documenti ufficiali per accusare Stati Uniti e Israele di aver pianificato e orchestrato le guerre in tutto il Medio Oriente. L’intervento, supportato da prove desecretate, ha squarciato il velo sulla strategia di destabilizzazione regionale.
di Francesco Santoianni
Siria: mentre prosegue la mattanza (al momento, più di 5.000 uccisi) che ora colpisce anche i cristiani, c’è chi tra le ONG inneggia alla “liberazione della Siria” spendendosi in lodi nei riguardi del tagliagole Al-Jawlani, già destinatario, a seguito dei suoi crimini, di una taglia di 10 milioni di dollari emessa dal governo Usa (qui la pagina web del sito dell’FBI ora sostituita).
Del resto, sulla Siria, il lavoro più sporco lo hanno fatto proprio le ONG (fino al 1984, quelle riconosciute dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite erano quattro, oggi sono poco meno, di tremila) diventate le più accreditate fonti di “informazione” dalle aree di crisi (principalmente quelle devastate da guerre) sostanzialmente per la presenza in queste aree di loro volontari e funzionari. I risultati si sono visti durante le aggressioni alla Iugoslavia, alla Libia, alla Siria, al Venezuela… dove sono state proprio le ONG a diffondere le più smaccate fake news per favorire “rivoluzioni colorate” e “regime change”.
di Loretta Napoleoni
Oggi e’ Liberation Day, il 2 aprile onde evitare la data del 1 aprile, il tradizionale pesce d’aprile. Che succedera’? Meglio ancora, succedera’? Lo sapremo domani o forse neppure domani dal momento che Trump cambia le carte in tavola continuamente. Ma supponiamo che tutto vado come previsto, cosa pensa il mondo ‘razionale’, quello estraneo al MAGA, cosa potrebbe succedere, quali gli scenari possibili?
Quella di Donald Trump potrebbe diventare la più radicale e pericolosa riforma commerciale degli ultimi cento anni, un terremoto economico destinato a mandare in frantumi il delicato equilibrio del commercio internazionale. Questa la narrativa ufficiale. Le nuove tariffe sono vissute come la dichiarazione di guerra a un intero sistema globale che l'America stessa aveva contribuito a costruire nel secondo dopoguerra, un sistema che Trump ora accusa di aver tradito gli interessi dei lavoratori e delle fabbriche americane.
I jihadisti che hanno preso il potere in Siria hanno iniziato a massacrare alawiti e cristiani. Per il quinto giorno consecutivo, una brutale repressione è in corso nei loro insediamenti lungo la costa orientale del Mediterraneo, in quello che viene descritto come un genocidio. La rivolta è iniziata spontaneamente a Latakia e in diverse altre città in risposta all'arresto di 2.000 persone, principalmente appartenenti alle minoranze alawite e cristiane, all'inizio di marzo, e alla violenta “ liquidazione” dei loro villaggi.
Le “forze di sicurezza” governative, composte da miliziani di Hay'at Tahrir al-Sham (HTS), starebbero eseguendo esecuzioni di massa di civili in modo brutale, senza risparmiare donne e bambini, secondo numerosi video che circolano sui social media. Si stima che circa 7.000 alawiti e cristiani si siano rifugiati nella base aerea russa di Hmeimim, dove è stata allestita una tendopoli per fornire cibo e riparo.
Dopo essersi visto annullare un primo turno elettorale nel quale aveva riportato circa il 28% dei voti, nei giorni scorsi Calin Georgescu è stato definitivamente escluso dalla ripetizione della votazione, prevista per il 4 di maggio.
Le motivazioni del primo annullamento erano state “perché il risultato era stato falsato da influenze della Russia tramite tik-tok” e per presunte “irregolarità nel finanziamento della sua campagna elettorale”.
Ora invece è stato definitivamente escluso dal voto, secondo la corte rumena, “per tentativo di rovesciamento dell’ordine costituzionale”, e per “appartenenza ad una organizzazione neofascista”.
Insomma, qualcuno ha deciso che Calin Georgescu non debba diventare il presidente della Romania.
di Fabrizio Verde
La retorica della paura, il culto del riarmo, la corsa agli investimenti militari: ecco il volto dell’Europa di oggi, un’Europa che ha smesso di nascondere la sua deriva guerrafondaia dietro il paravento dei valori democratici e della pace. Il piano “Rearm Europe” presentato da Ursula von der Leyen, con il suo sfrontato budget di 800 miliardi di euro, non è solo un atto di irresponsabilità politica, ma un chiaro segnale di come l’establishment europeo abbia ormai gettato la maschera, rivelando il suo vero volto: quello di un’élite neoliberista e militarista, pronta a sacrificare il benessere dei cittadini sull’altare della guerra e del profitto.
La follia del riarmo: 800 miliardi per la guerra, zero per i popoli
Il primo punto del piano, quello che prevede 650 miliardi di euro di spesa militare grazie a deroghe al Patto di Stabilità, è un pugno nello stomaco per chi si ostina ancora a credere in un’Europa sociale. Per anni, l’Unione Europea ha imposto ai suoi Stati membri politiche di austerity draconiane, tagliando servizi pubblici, sanità, istruzione e welfare, tutto in nome del sacro equilibrio dei bilanci. Il caso della Grecia è paradigmatico in tal senso.
Leggi tutto: Terrorismo e attacco alla triade nucleare. I dilemmi del Cremlino.