di Gordon Duff (*)
I militari americani stanno rubando petrolio in Siria, trasportandolo poi in Turchia mentre il popolo siriano non ha carburanti. L'esercito americano ha bruciato i campi di grano in Siria, questa non è una congettura ma un fatto documentato.
L'esercito americano ha attaccato coi missili la Siria, anche se con una divertente mancanza di successo, in risposta agli attacchi con gas velenosi di cui gli Stati Uniti e i loro partner della coalizione erano complici nella apposita messa in scena, e anche questa non è una congettura. Là dove le forze armate statunitensi non commetteranno crimini, e non siamo certi dove sia tracciato quel limite, vengono utilizzati appaltatori, come Blackwater e tanti altri, per contrabbandare armi ai terroristi, assassinare leader locali tra cui medici e insegnanti e incolpare altri di scenografiche atrocità.
L'esercito americano fa davvero questo? Sì, certo che lo fa, questo è il motivo per cui vengono addestrate le truppe per operazioni speciali, è così che gli eroi "famosi" delle guerre del petrolio possono accumulare un enorme quantità di morti.
Fonte: casadelsole.tv
Il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, torna a parlare alle Nazioni Unite, in video conferenza, dopo un’assenza di cinque anni. L’occasione è quella della settantacinquesima Assemblea Generale. Putin avvisa i suoi colleghi riuniti in via telematica che stiamo vivendo una grave fase di transizione, tutti insieme, e che, per queste ragioni, "il Consiglio di Sicurezza deve tornare a essere uno strumento essenziale e unico che aiuti a prevenire azioni unilaterali che possano portare a un confronto militare diretto tra i principali Stati, fornendo così l'opportunità di cercare un compromesso o almeno di evitare soluzioni completamente inaccettabili per gli altri, agendo nel quadro del diritto internazionale, invece di rimanere una vaga zona grigia di arbitrarietà e illegittimità.“ Per Putin “dimenticare la lezione della storia è miope” perchè proprio ora, "nell'attuale complicato contesto mondiale, derivante soprattutto dall'impatto della crisi innescata dal coronavirus, è importante che tutti i Paesi dimostrino volontà politica, saggezza e lungimiranza."
di Cesare Sacchetti
Donald Trump sembra intenzionato a seguire la stessa strada intrapresa dal suo omologo russo al Cremlino.
La crisi da coronavirus sarà risolta attraverso lo sviluppo di un vaccino, ma non sarà quello sotto l’egida dell’OMS.
La Casa Bianca ha infatti annunciato che gli Stati Uniti andranno per la loro strada e non si uniranno agli sforzi dell’organizzazione sanitaria internazionale.
E’ un altro duro colpo alla gestione sovranazionale dell’operazione coronavirus che prima ancora di una diffusione del Covid aveva già tracciato il suo percorso nel club globalista di Davos lo scorso gennaio.
Il vaccino come mezzo per risolvere questa crisi, ma allo stesso tempo come passaggio intermedio per giungere ad un obbiettivo molto più grande.
Una società completamente ridisegnata a immagine e somiglianza della dittatura mondialista che non sarà più la stessa di prima.
di Gian Franco Spotti
Sono giorni che le televisioni e i giornali ci inondano di notizie su quanto avviene in Bielorussia. Proteste da parte dei cittadini (in genere studenti e universitari) che vogliono un cambio di governo e mandare a casa il padre-padrone del paese: Alexander Lukashenko che viene definito dalla propaganda mediatica un dittatore, l’ultimo d’Europa dove esiste, fra l’altro, ancora la pena di morte.
Chi protesta vuole più libertà ma, nello specifico, non si capisce a quale tipo di libertà aspiri. Se aspira al modello occidentale, cioè il nostro, allora è meglio che ci ripensi visto le drammatiche condizioni socio-economiche nelle quali siamo precipitati.
Lukashenko per la Bielorussia è quanto di meglio le potesse capitare. Ha evitato che, una volta caduto il comunismo, il suo paese cadesse nelle grinfie del “mercato” neoliberista e predatorio come successe nella Russia di Eltsin ed come è avvenuto in Ucraina. Non ha accettato di recente prestiti dal Fondo Monetario Internazionale per le vicende del Covid-19. I signori del denaro non amano chi non vuole indebitarsi perché così non possono controllare il paese.
Non c’è solo Francesco Carbone. Anche in America lo stato di polizia sta dilagando senza più pudore.
Nei giorni scorso la regista Millie Weaver ha messo online il controverso film Shadowgate, che denuncia i crimini e le connessioni del Deep State. Non solo il film è stato immediatamente rimosso da youtube, ma la Weaver è stata improvvisamente arrestata, senza ovviamente nessuna giustificazione credibile. Questo il video che la steassa Weaver è riuscita a girare, prima di venire arrestata.
Millie Weaver is one of my favorite independent journalists. She’s also a young mom. I was shocked to see this heavy-handed arrest. With her friends’ permission, I have set up a GoFundMe — please join me in chipping in. https://t.co/zsWPUMAUee pic.twitter.com/YFUOdvLtPf
— Ezra Levant 🍁 (@ezralevant) August 14, 2020
intervista di Francesco Guadagni (per l'Antidiplomatico)
Pandemia Covid-19, C'è stata per te una manipolazione mediatica, di dati, sulla percezione del pericolo, se sì, per quale ragione secondo te? Rispetto per esempio all’influenza "Spaziale" del 1970 che in Italia provocò 20.000 morti e 13 milioni di persone a letto di cui in pochi si ricordano. Oggi perché c’è un approccio diverso?
Neanche 2 anni fa ci fu questo panico. Nel 2018, un articolo del Corriere della Sera denunciava il caos totale della Sanità per l’arrivo dell’influenza. C’era la stessa catastrofe sanitaria, mancanza di personale, attrezzature, una categoria falcidiata dai tagli nel corso degli ultimi 30 anni che non riusciva ad affrontare l’immane numero di contagiati da influenza “normale”.
Non voglio dire che il Covid-19 sia il risultato di una pianificazione lucida e programmata, per quanto ci sarebbero elementi che lo farebbero pensare, perché c’è una storia di crimini programmati lucidamente, con provocazioni mondiali per raggiungere certi fini, a partire dall’11 settembre al Golfo del Tonchino.
Non abbiamo la possibilità di dire al pubblico che c’è stato un criminale disegno. Però quando il coltello è capitato nelle mani di chi sa maneggiarlo, lo hanno sempre utilizzato per i propri scopi. Si dovrebbe parlare di un complotto che fa uso di un virus che sconvolga il mondo e che ridisegni l’assetto geo-politico nonché il quadro dei rapporti di classe. La Storia ci dirà che questo coltello verrà utilizzato per degli scopi che si sono sempre ripromessi le élite, cioè arrivare ad un potere assoluto, totalitario. Ristabilire un nuovo paradigma sociale, che veda una riduzione dell’autonomia dell’autodeterminazione da parte delle masse, e una concentrazione di potere e di ricchezza al vertice.
Mentre Sanders e Biden si spartiscono i delegati per la nomination, c’è un’altra candidata democratica che è stata completamente ignorata dai media americani: la deputata delle Hawaii Tulsi Gabbard. Corre su una piattaforma anti-interventista e anti-imperialista che naturalmente l’ha subito esclusa dal grande circuito del dibattito nazionale. Pochi americani la conoscono, ancora meno sanno che è candidata per la nomination democratica. Questa è la domanda che la Gabbard ha posto al presidente Trump e a tutti gli altri candidati democratici riguardo al comportamento ambiguo degli USA verso i cosiddetti ribelli della Siria. Ribelli che la stessa Gabbard non esita a chiamare con il giusto nome.
di Francesco Santoianni
Arriva, finalmente, nelle librerie italiane “Giornalisti comprati” scritto da Udo Ulfkotte : uno dei più famosi giornalisti tedeschi; il 13 gennaio 2017 trovato morto, a 56 anni, “di infarto” e, ancora più inspiegabilmente, senza alcuna autopsia, cremato immediatamente. Un libro zeppo di nomi e cognomi di giornalisti (tra i quali lo stesso Ulfkotte) che si sono venduti pubblicando “notizie” inventate da servizi di sicurezza, governi, aziende, lobby… Un libro che, dopo un successo straordinario in Germania nel 2014, per anni, non è stato più ristampato (lo trovavate, usato, sul web a cifre elevatissime) e che ora viene pubblicato in Italia dall’editore Zambon.
Essendo davvero arduo soffermarci qui sui tantissimi episodi di conclamata corruzione e di asservimento dei media riportati nel libro, preferiamo riportare in calce l’indice. E preferiamo concludere con quella che è stata l’ultima dichiarazione pubblica di Udo Ulfkotte.
di Giorgio Cattaneo
Gli Stati Uniti sono l’impero più sanguinario, il maggior “terrorista” del mondo: dal dopoguerra hanno ucciso 55 milioni di persone. Lo afferma Gianluca Ferrara, saggista e blogger del “Fatto Quotidiano”. Su “ByoBlu”, il video-blog di Claudio Messora, offre una spietata cronologia della strage. A cominciare dal 6 agosto 1945: Hiroshima, 200.000 civili sterminati. «Oggi gli Usa possiedono 7.000 ordigni atomici, 2.000 già dispiegati: ognuno di questi ha un potenziale esplosivo fino a tremila volte superiore a quello di Hiroshima». Come l’Impero Romano e quello napoleonico, gli Usa sono trainati da un’economia di guerra: «Per sopravvivere, hanno bisogno di trovare costantemente un nuovo nemico da combattere». Solo nel 2015 hanno investiti 1.800 miliardi di dollari in armamenti, al servizio di una politica estera «stabilita da un élite» che ci narcotizza, utilizzando i media mainstream. Di fatto, gli Usa «sono l’impero terrorista più brutale della storia: dal 1945 ad oggi, la politica estera dell’Occidente ha determinato l’uccisione di 55 milioni di esseri umani. E nel 1990 l’obiettivo degli Stati Uniti è diventato la conquista del Medio Oriente».
La prima Guerra del Golfo ebbe inizio grazie ad un inganno: Saddam venne portato a credere che l’occupazione del Kuwait, che era stato un protettorato inglese ma che era rivendicato dall’Iraq fin dal 1961 come appartenente al suo territorio, sarebbe Iraqavvenuta senza l’interessamento degli Usa. «Fu una trappola tesa da April Gaspie, ambasciatrice Usa a Baghdad dell’epoca, che fece intendere che gli Usa non avrebbero interferito». Poi, l’11 settembre 2001, «l’abbattimento delle Torri Gemelle fornì il pretesto per terminare il lavoro». Dei 19 presunti attentatori nessuno era iracheno e nessuno era afghano: ben 15 di loro erano sauditi. Ma ad essere colpita non fu l’Arabia Saudita, bensì l’Afghanistan. «La sfortuna degli afghani – dice Ferrara – fu che in quel territorio doveva transitare un oleodotto, che i Talebani non volevano». Una condotta lunga 1.680 chilometri per portare il gas turkmeno di Dauletabad fino in Pakistan attraverso l’Afghanistan occidentale, cioè le province di Herat e Kandahar.
Leggi tutto: Esercito americano: assassinati o assassini?