di Marco Bellini
Siamo cresciuti con l'idea che il libero mercato abbia trionfato, che la globalizzazione abbia aperto ogni frontiera e che la concorrenza sia il motore immobile della nostra economia. Ma se ci fermiamo a guardare da vicino la realtà dei nostri giorni, ci accorgiamo di un enorme paradosso: il mercato non è mai stato così poco libero.
Dalla tecnologia all'alimentare, dalla finanza ai trasporti, l'economia globale è scivolata progressivamente nelle mani di pochissimi, giganteschi attori. Viviamo nell'era degli oligopoli protetti, dove i grandi colossi sono diventati così potenti da poter dettare le regole del gioco, soffocare i piccoli concorrenti e, spesso, influenzare le decisioni dei governi.
In un contesto del genere, la soluzione non è necessariamente un ritorno a un dirigismo statale soffocante, ma risiede in una cura che potrebbe suonare provocatoria: più liberismo e molta più concorrenza.
Se l'oligopolio uccide l'innovazione
Il finto liberismo degli ultimi trent'anni ha confuso il "benessere del mercato" con il "benessere delle grandi corporation". Quando un ristretto gruppo di aziende controlla un settore, la prima vittima è l'innovazione. Perché rischiare, investire e inventare qualcosa di nuovo se si possiede già il monopolio dei dati, della distribuzione o delle infrastrutture?
Gli oligopoli tendono a cristallizzare lo status quo. Comprano le startup promettenti prima che possano diventare una minaccia (uno degli esempi più emblematici è stata l'acquisizione di Instagram da parte del concorrente Facebook) e alzano barriere all'ingresso insormontabili per qualsiasi giovane imprenditore. Il risultato? Meno scelta per i cittadini, salari stagnanti per i lavoratori (che non hanno più potere contrattuale tra diversi datori di lavoro) e un'economia più fragile e meno dinamica.
Il vero liberismo favorisce i piccoli, non i giganti
Promuovere il liberismo oggi non significa fare i favori alle multinazionali, ma l'esatto contrario. Il liberismo autentico, quello teorizzato dai suoi padri fondatori, non ha mai difeso le posizioni di rendita. Al centro del pensiero liberale c'è l'idea che il mercato debba essere un'arena aperta, dove chiunque, armato di una buona idea e di duro lavoro, possa competere ad armi pari.
Per fare questo, lo Stato non deve pianificare l'economia, ma deve agire come un arbitro severissimo. Serve un liberismo che:
1. Smantelli i monopoli di fatto: Usando l'antitrust non come un timido strumento burocratico, ma come uno scudo per proteggere la libertà economica.
2. Elimini le barriere burocratiche: Spesso le regolamentazioni troppo complesse favoriscono i giganti (che hanno interi reparti legali per gestirle) e affossano le piccole imprese.
3. Garantisca l'interoperabilità: Nel mondo digitale, permettere agli utenti di spostare facilmente i propri dati da una piattaforma all'altra spezzerebbe le catene che ci legano ai soliti noti.
La vera concorrenza è l'unico antidoto al potere centralizzato, sia esso politico o privato.
Conclusione: una rivoluzione per il consumatore e per i giovani
Chiedere più concorrenza significa rimettere il consumatore e il cittadino al centro dell'economia. Quando le aziende devono lottare ogni giorno per conquistare il cliente, sono costrette a migliorare la qualità, ad abbassare i prezzi e a rispettare i lavoratori.
Aprire i mercati, combattere i privilegi dei giganti e favorire la mobilità economica è la più grande riforma sociale che si possa invocare oggi. È il momento di riscoprire il valore della competizione e di liberare il mercato dai suoi stessi guardiani.
Un mondo aperto alla concorrenza, alle idee, al cambiamento è esattamente ciò che un sistema totalitario vuole evitare. Il degrado politico non ha comportato più liberismo ma l'esatto opposto: un mercato oligopolistico, più controllato e meno aperto.
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... chiede di non rimanere all'apparenza della superficie...
... ma di stravolgere con un'inversione ad u...
... e indagare sulla realtà di ciò che sembra scontato...
... riflessione non facile per chi come me non ha basi tecniche di economia...
... ben tornato Bellini...
... dopo la religione, l'economia è la materia che produce più aria fritta...
Gli Amish non utilizzano un sistema monetario indipendente. Nelle loro transazioni quotidiane, usano regolarmente il dollaro statunitense. Pur mantenendo uno stile di vita tradizionalista, la maggior parte degli adulti ha conti correnti bancari.
Nelle comunità Amish sono diffuse le seguenti pratiche finanziarie:
Uso delle banche: Preferiscono istituti di credito locali e rurali. Alcune banche in Pennsylvania, come la Bank of Bird-in-Hand, sono state persino fondate con il supporto di investitori Amish per meglio servire le esigenze della comunità.
Pagamenti: Utilizzano contanti, carte di debito e assegni personali. L'utilizzo di carte di credito rimane minoritario ed è solitamente limitato ai titolari di piccole imprese.
Gestione della contabilità: Prediligono i registri cartacei tradizionali e i libretti degli assegni, evitando le moderne comodità dell'online banking.
Debito: Il sistema finanziario Amish scoraggia fortemente i prestiti al consumo e i debiti per beni superflui. Tuttavia, si rivolgono alle banche per prestiti finalizzati all'acquisto di terreni agricoli o grandi proprietà.
Tasse: Gli Amish pagano le tasse sul reddito, sulle vendite e sulle proprietà (fondiarie). Sono invece esentati dal pagamento delle tasse sulla Previdenza Sociale (Social Security), poiché rifiutano i sussidi statali e si affidano esclusivamente alla loro comunità in caso di necessità.
Fonte: t.me/c/1339104613/22621
sottoscrivo in pieno.
Tuttavia non so se un sistema realmente concorrenziale é concretamente fattibile. L'economia é sempre stata terreno di scontro tra le Nazioni, e un sistema concorrenziale é piú facilmente suscettibile di un attacco da parte di una multinazionale estera sostenuta dal suo Paese. Uno Stato estero puó ancheccomprare una piccola impresa nel sistema concorrenziale ed espanderla sfruttando le sue risorse finanziarie.
Poi, vi sono settori dell'economia che sono sensibili dal punto di vista della sicurezza nazionale, come energia, infrastrutture, approvviggionamento, chimica, acciaio e oggi anche informazione. I settori che esportano, poi, sono fondamentali per la bilancia dei pagamenti.
Quindi, c'é sempre stato poco spazio per il libero mercato e la situazione non é destinata a migliorare.
Un'ultima cosa. Sará anche vero che i "padri fondatori" non avevano in mente un sistema come quello in uso nei Paesi occidentali, ma chi ha promosso il capitalismo voleva esattamente il monopolio e la concentrazione, e ha usato la mitologia della concorrenza per pagare ai lavoratori stipendi da fame, mentre durante le riunioni massoniche stabilivano i prezzi e quant'altro.
Insomma, la politica ha comunque la prevalenza sull'economia.
Tuttavia con le stupidaggini scritte ora penso sia bene che se ne torni in quel limbo da cui è stato, a mio avviso (sono orgogliosamente comunista), inopinatamente tolto.
Hai toccato dei temi interessanti: come gli Stati utilizzino le imprese come strumento di guerra commerciale e come ci sia una convergenza tra imprenditori e governo nel preferire un mercato poco concorrenziale che danneggia la collettività.
In fondo basta guardare a cosa è successo durante il COVID. Su un piccolo sito come Luogocomune potevi condividere opinioni scomode, su Facebook no perché il governo americano aveva chiesto di censurare un certo tipo di opinioni. E lo hanno dichiarato esplicitamente. Lo stesso è avvenuto col green pass. Uno strumento totalmente anticostituzionale era indispensabile per mangiare da McDonald's, ma magari in qualche piccolo ristorante no. Era indispensabile per lavorare da Amazon ma magari dal piccolo artigiano se avevi voglia di lavorare chiudeva un occhio.
Le grandi imprese anche se private comunque agiscono come è gradito alle istituzioni pubbliche ed insieme ad esse costituiscono il Deep State. Una mano lava l'altra e a perderci è il mercato, la democrazia e la libertà.
Non so se siete al corrente di una vicenda scandalosa. Google per anni ha pagato Apple per essere il browser predefinito sugli iPhone. Si parla di una somma totale vicina ai 150 miliardi di $.
Questo non è libera concorrenza. Questo è un accordo che limita la concorrenza. Un paio di anni fa l'Antitrust statunitense ha notato che forse c'era qualcosa che non andava. L'anno scorso ha detto che Google ha agito da monopolista limitando la concorrenza. Comunque continua a permettere a Google di pagare miliardi di $ ad Apple.
Il mio disaccordo non riguarda questo punto, ma la soluzione proposta: credo che, proprio per rompere quegli oligopoli e garantire davvero un mercato aperto, non si possa fare affidamento solo a un “liberismo puro” con uno Stato che agisce come semplice arbitro. Penso invece che ci vorrebbe più Stato, non in senso dirigista soffocante, ma come attore strategico: che investe in infrastrutture pubbliche, in ricerca di base, in piattaforme di dati e servizi digitali universali, che sostiene le piccole imprese con fondi e politiche industriali mirate, e che tutela il lavoro e i beni essenziali.
Senza un ruolo pubblico più attivo, il rischio è che il “liberismo vero” resti un’idea astratta, mentre la concentrazione e le asimmetrie di potere rimangono intatte.