di Daniele D'Innocenzio [articoli degli utenti]
Immaginate il paesaggio del Giappone che sfreccia oltre il finestrino di uno Shinkansen, il treno proiettile che solca l’arcipelago come un ago d’argento cucitore di distanze. Il mondo è una scia sfocata, un trionfo di accelerazione, di efficienza, di quel ritmo cardiaco che la nostra epoca ha eletto ad unico battito possibile. Eppure, improvvisamente, il convoglio rallenta. Si ferma. Le porte si aprono su una piattaforma il cui nome, per un orecchio occidentale, è un incantesimo incomprensibile, eppure custodisce una geografia precisa: è la piattaforma con vista sul fiume (Seiryū Miharashi-eki).
Ma c’è un dettaglio, una regola non scritta ma ferrea, che trasforma questo scalo in un enigma esistenziale: non si può scendere. Non ci sono tornelli che conducono all’uscita, non ci sono centri commerciali, non ci sono discoteche, non c’è il rumore rassicurante del consumo. Si è costretti a restare lì, sospesi tra l’arrivo e la partenza, in un limbo di cemento e aria. Qual è il senso di questa sospensione in una nazione che dell’accelerazione ha fatto la sua religione laica? Il senso è una provocazione silenziosa, un imperativo categorico scolpito nel vento: fermati.
È in questo spazio di impossibilità che si consuma il primo, grande inganno della nostra percezione. Quando ci fermiamo, quando il motore dell’azione si spegne, scopriamo con sgomento che il vuoto non è mai vuoto. Non l’hanno chiamata "piattaforma sul nulla", ma "piattaforma con vista sul fiume". Perché lì, nella costrizione della sosta, potresti fare l’interessante e angosciante scoperta che c’è un fiume che scorre, che ci sono montagne antiche a fare da cornice, e che, in mezzo a questo scenario titanico, occhio, ci sei tu. E questa scoperta è terrificante. Perché fermarsi significa smettere di guardare avanti per guardarsi intorno, e infine guardarsi dentro.
E guardarsi dentro significa riconoscere il nostro cambiamento, la nostra crescita, il nostro percorso interiore
Che cos’è che ci spinge a cambiare? La risposta è scomoda: il dolore. La zona di comfort, quella che abbiamo arredato con cura maniacale, è il nostro carapace: ci abbiamo messo dentro i fiorellini, la jacuzzi, la rassicurante prevedibilità delle abitudini. Ma il problema è che l’abbiamo arredata talmente bene da non accorgerci che è diventata una prigione. Non serve evocare il Libro VII della Repubblica e l’allegoria della caverna di Platone per capire che gli schiavi di oggi non hanno catene ai polsi, ma cavi HDMI. Finché c’è la fibra ottica, lo schermo da 75 pollici, l’abbonamento ad Amazon Prime, Disney Plus e Netflix, la domanda sorge spontanea, e terribile: perché dovrei fare una rivoluzione? Perché dovrei voltare il capo verso la luce accecante dell’esterno?
Voltare il capo. Un muscolo, se non eserciti mai e, quando finalmente decidi di muoverlo, ti regala una sofferenza atroce. Chi di noi non ha mai provato il dolore di un collo irrigidito da anni di posture fisse, di sguardi monodirezionali? Ecco, la monodirezionalità dà forma alla mente. Crea una forma mentis, un modo sicuro, consolidato, rassicurante di guardare le cose. Perché accorgersi delle catene? Perché accorgersi del vuoto, della sofferenza che pulsa sotto la corazza? Ci raccontiamo che ci prendiamo cura della sofferenza degli altri, ma è una pietas sospetta. Come puoi farti carico del dolore del mondo se non hai il coraggio di farti carico del tuo?
Non scendiamo da quel treno, non ci fermiamo su quella piattaforma, perché la prima cosa che la sosta regala è la sofferenza. Esattamente come la conoscenza. Non raccontiamoci favole edulcorate: la conoscenza non è un abbraccio caldo, è un vento gelido. La prima cosa che ti restituisce il sapere è la vastità abissale della tua ignoranza. Prendi coscienza non di ciò che sai, ma di ciò che ti sfugge. È per questo che l’ignoranza socratica, il "so di non sapere", rende l’uomo apparentemente più incerto, meno sicuro di sé, privo di quel facile appeal che tanto amiamo.
Basta accendere un televisore per assistere al trionfo dell’arroganza epistemica. Chi pontifica, chi sciorina dogmi, chi usa slogan semplici e formule binarie, appare sicuro, incrollabile, rassicurante. Chiunque ricorda le certezze granitiche su eventi che avrebbero dovuto sconvolgere le nostre vite e che invece ci hanno trovati impreparati, o le pretese di chi tuonava chiedendo alla scienza "delle verità", manifestando un’ignoranza abissale sulla natura stessa del metodo scientifico. La scienza non fornisce verità assolute; la scienza produce fragili certezze, soggette al taglierino della falsificabilità di Karl Popper. Ma chi vuole stare con la fragilità? Il paziente no. E il problema è che non ci vogliamo stare nemmeno noi.
È difficile rallentare, perché la lentezza ti riconsegna alla tua nudità. E questa vulnerabilità, che De Matteis indica come la vera forza motrice dell’evoluzione, è ciò che scacciamo sistematicamente. Costruiamo sistemi filosofici, ideologici, politici, che diventano autoreferenziali, macchine che si danno ragione da sole, inattaccabili e, proprio per questo, pericolosissime. In un talk show, colui che sa davvero apparirà esitante, titubante, costretto a navigare nel mare magnum delle probabilità e dei dubbi. Chi invece ne sa meno colmerà il suo abisso ignorante con l’arroganza, producendo verità semplici, digeribili, letali.
Forse il trucco per cambiare, per mutare la pelle come l’aragosta, è ammettere la nostra radicale vulnerabilità. Blaise Pascal, secoli fa, ci ha consegnato l’immagine più bella e terribile della condizione umana: l’uomo è la più fragile fra le canne dell’universo. Basta un soffio, una goccia di vapore, un microbo, per frantumarlo. Anche se l’universo decidesse di franargli addosso, l’uomo non potrebbe opporsi fisicamente. Ma abbiamo un vantaggio incommensurabile: il pensiero. La possibilità di essere consapevoli della nostra fragilità. L’universo ignora la sua potenza distruttiva; l’uomo, la canna, la conosce.
Qualcuno potrebbe obiettare, rifugiandosi in un leopardiano amore per le illusioni, che sia preferibile l’ignoranza della tragicità del vivere. Invece no. Pascal costruisce la sua grandezza proprio su quel limite. E oggi, forse, stiamo toccando i bordi taglienti di quel limite. La filosofia da sola non basta più, l’antropologia da sola non basta più. Il dialogo, la vera frontiera, nasce dalla consapevolezza che la tua disciplina non è sufficiente.
Dovremmo cominciare ad abitare i luoghi che scacciamo: i confini, le terre di nessuno. Gregory Bateson, biologo, antropologo, filosofo, o come vogliamo chiamare i geni del Rinascimento che sfuggono alle tassonomie, ci insegna che la catalogazione è spesso una scappatoia. Oggi chiediamo ai bambini "cosa vuoi fare da grande?", costringendoli in compartimenti stagni. Il rischio è non abitare più le terre di confine, quelle in cui si sta scomodi, in cui siamo stranieri tanto alla terra da cui proveniamo quanto a quella verso cui andiamo. Non parliamo più la lingua dei padri, e non abbiamo ancora l’orecchio per la lingua dei figli. E senza accorgerci, iniziamo a balbettare una terza lingua, che è la somma faticosa dell’una e dell’altra, il luogo dove si vede di più, dove si soffre di più, ma dove si vive davvero.
La sfida, oggi, è coltivare la propria disciplina con passione, e non con fanatismo. Come ricordava il filosofo Armando Plebe: il fanatico, quando incontra il limite, lo nega, lo distrugge o si distrugge. Il passionale, invece, lo accoglie con benevolenza. È solo il passionale che è disposto a rompere il carapace delle proprie convinzioni, a soffrire la sofferenza dell’ignoranza, a frantumare con dolore le zone di comfort che si era faticosamente costruito.
Bisognerebbe cominciare a capire che bisogna ripensarsi. Infatti, si dice "fermarsi a pensare", non "correre a pensare", perché si pensa meglio stando fermi. Allora non ti agitare. E magari, in quella stazione giapponese, guardando il fiume che scorre indifferente alla tua fretta, potrai scoprire che ciò che per una vita hai ritenuto essere la tua identità personale, professionale, ideologica, era soltanto un feticcio di legno (cfr la metafora di Tolstoi).
… E quando l’indigeno scopre che il suo feticcio di legno non è Dio, non ha scoperto che Dio non esiste: ha scoperto che Dio non è di legno.
E molto di più.





Sei sospeso da questa discussione.
M.M.
Nonostante ami la cultura giapponese, io al contrario penso che questa stazione sia un esempio di architettura del rumore visivo. Rumore fortissimo in un luogo ameno che già è deturpato dalla necessità della ferrovia.
Capisco se fosse stata un'installazione temporanea: ci stava, bell'idea. Purtroppo però è permanente e leggo che "il costo della costruzione è stato di circa 112 milioni di yen"...
Evidentemente anche gli amici giapponesi non sono indifferenti al fascino di deturpare la natura in nome della creazione di un nuovo bellissimo "spot" per Instagram.
Uno tra i più belli che ho letto.
-ZR-
E' semplice.
Scendere da un mondo in corsa ossessiva per fermarsi a contemplare quello che ci sta attorno.
C'è un mondo vero attorno a noi, un mondo che vive, la foresta, e che ci scorre davanti, il fiume, e noi su quel treno iperveloce non abbiamo il tempo per accorgercene, impegnati come siamo a fissare ipnoticamente schermi luminosi.
L'impossibilità di allontanarsi serve a costringere il passeggero del treno ad aprire gli occhi ormai assuefatti dal progresso tecnologico che ci fa vedere un mondo idilliaco ma finto.
Ascoltare il silenzio, rotto solo dal frusciare delle foglie al vento e dallo scorrere del fiume, dovrebbe risvegliare i nostri cervelli intorpiditi e a cercare di farci rinsavire ricordandoci che siamo esseri umani e non appendici tecnologiche controllate h24 da smartphone e PC.
Inutile.
E te lo sta dicendo uno il cui sogno e finire la sua vita in luogo sperduto a 3000 metri di altezza senza l'ombra di un essere umano a km di distanza.
La tecnologia non è solo utilità, è il gioco più grande dell'uomo. Creiamo perché abbiamo l'immaginazione per farlo credendo che la nostra inventiva sia il motore del progresso, mentre altro non è desiderio di superare la noia per una vita che ci ha piazzato su un pianeta sperduto in mezzo all 'universo senza un perché.
La natura ovviamente resta la nostra casa, il luogo in cui torniamo per ricordarci chi siamo e per resettare ogni volta che ne sentiamo il bisogno.
Ognuno poi lo fa a modo suo
"E quando l’indigeno scopre che il suo feticcio di legno non è Dio, non ha scoperto che Dio non esiste: ha scoperto che Dio non è di legno.
E molto di più".
Dunque quando cala il velo sulle frottole che milioni di persone hanno creduto e credono ancora e che ci hanno raccontato..occorrerebbe fare qualcosa,come minimo cambiare modo di pensare e poi d'agire..eppure le chiese di tutto il mondo di qualsiasi religione e culto grondano di statue che vogliono rappresentare Dio,Gesù Cristo,santi e altro,e molti si portano persino al collo certi simboli, i devoti s'inginocchiano le baciano e le venerano,un modo sin troppo facile per illudersi di adorare il vero Dio,eppure...
Altri spunti di riflessione:
"Essendo dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all'oro, all'argento o alla pietra, scolpiti dall'arte e dall'immaginazione dell'uomo."
Atti degli Apostoli 17:29
Oppure:
"Gli idoli delle nazioni sono argento e oro, opera delle mani dell'uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono..."
Salmi 135:15-18
Oppure
Anche il profeta Isaia critica l'idea che Dio possa essere rappresentato da un oggetto di legno:
"Una parte del legno la brucia nel fuoco... con il resto si fa un dio, il suo idolo; gli si prostra davanti e lo adora."
Isaia 44:14-17
"Dio è Spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità."
Vangelo secondo Giovanni 4:24
Questi passi sottolineano che il vero Dio non è un oggetto materiale come il legno, la pietra o il metallo, ma è spirito e non può essere identificato con un'immagine costruita dall'uomo.
un anima affine. La cosa più dolorosa e chiedersi ogni giornio se si è stupidi in mezzo ad una marea di persone che vogliono insegnarti come si sta al mondo.
Schopenhauer ne "l'arte di essere rispettati" afferma giustamente che l'uomo agogna più di oltra altra cosa l'essere rispettati, la fama, essere elogiati dagli altri, che sia per azioni, pensieri opere o...menzogne.
Ma che succede se questo diventa il centro della vita, se quello che si fa (che sia ricordato o meno) finisce per essere il riflesso di quello che vorremmo essere (agli occhi degli altri). Quale mostruoso dolore, per ominicchi arrivare alla consapevolezza rispetto anche a grandi opere di non essere nulla, di non meritare elogi più di una persona per strada che chiede elemosina, di dover scendere da quel piedistallo mentale, che in definitiva diventa un Dio fatto di legno?
Pensare troppo ti apre porte che poi non chiudi più.
Quelli che noi chiamiamo capre??
Vivono 100 volte meglio e non si fanno i problemi o seghe mentali come spesso le definiscono.
Viva l'ignoranza.
Edit : ma che ha detto Bellini per essere sospeso al primo post su un tema come questo??
Me lo sono perso .
Tutti, qui dentro, in qualche modo crescono (io per primo). Lui no. Lui, nonostante le mille espulsioni-riammissioni, resta tristemente uguale a sè stesso, incapace di fare mezzo passo in avanti.
Ad ogni modo i treni, una decina al giorno, non si fermano alla piattaforma che è meta di speciali convogli turistici, pochi al mese.
Cercando"seiryu miharashi station timetable":
Seiryu Miharashi Station in Yamaguchi Prefecture is a unique "ghost station" with no exits, footpaths, or regular passenger access. Regular trains on the Nishikigawa Seiryu Line pass through without stopping. It is exclusively served by special sightseeing excursions, such as the Seiryu Miharashi Train, which generally operate only a few times a month for a brief 10–15 minute photo opportunity.
L'architettura ha due linee guida fondamentali: l'utile e il bello. Qui non c'è né l'utile e né il bello.
Se vuoi solo far passare un concetto, lo esprimi attraverso un'installazione temporanea o con qualsiasi altra forma d'arte.
Sarei il primo ad essere entuasiasta di un'installazione del genere.
Invece no, continuiamo a costruire incessantemente, in questo caso una stazione permanente inutile pagata con denaro pubblico.
Dobbiamo essere rispettosi con la natura che ci ospita... i pipponi esistenziali a nostro uso e consumo li possiamo fare anche senza deturpare un paesaggio.
Metto fine all'OT "terreno" e vi lascio alla riflessione filosofica che l'articolo vuole stimolare.
A scuola ogni tanto si fanno costruire agli studenti, con quello che si ha a disposizione, le Macchini Inutili (Bruno Munari). Devono anche pensare a un nome e alla loro funzione.
Alle persone dico sempre di trovare il tempo per l'ozio, per non fare nulla. Anche gli studenti, quando non c'era aria di fare lezione, venivano portati fuori nei giardini o per una passeggiata.
p.s. Bellini va espulso quando merita, con il logo mi riferisco ad altro.
In pace con la natura.
Proprio cosi
Con dignità e senza paura
E te lo sta dicendo uno il cui sogno e finire la sua vita in luogo sperduto a 3000 metri di altezza senza l'ombra di un essere umano a km di distanza.
Anche il mio magari non a 3000, andrebbe bene 500-1000 metri qui anche i ruderi costano un botto, ho visto che dalle tue parti (zona Torino se non sbaglio) i rustici costano almeno la metà.
In precollina con vista su Torino non direi
Poi ovviamente bisogna valutare caso per caso
Comunque se uno vuole alla fine trova .
"Da quando ho perso mia moglie, sono tornato ad abitare quelle terre. Nessuna certezza, solo dubbi, in continua evoluzione. E’ dolorosissimo, ma necessario. E comunque, alla fine senti di stare crescendo."
Avevo provato anch'io a commentare le frasi a cui rispondi con questo toccante messaggio, ma poi ho rinunciato per la difficoltà di spiegarmi in poche righe.
Riprovo.
Affrontare gli eventi più drammatici della vita potrebbe essere, forse, 'più umano' se reintegrassimo, cautamente, nella nostra cultura la nozione di karma e conseguente reincarnazione ciclica, dei quali siamo stati deprivati, per finalità inconfessabili, dai depositari della religione che sta alla base della nostra cultura.
Ne conseguirebbe la consapevolezza che l'evoluzione di ogni singola individualità sia la scopo delle esperienze specifiche che ci coinvolgono ci segnano e, non di rado, ci travolgono.
Esperienze che hanno quindi una ragion d'essere e una finalità (mai costituiscono una punizione!) per tutte le parti coinvolte: nulla accade per caso.
... per pensare... è meglio tacere... e io tacqui...
... una vera risposta al tuo post, che non sia leggera formalità...
... necessita della giusta lentezza... sto ancora riflettendo...
... posso intanto dirti che queste sono cose che sento con molta forza...
... è costato 112 milioni di yen (604.128 euro)?...
... chisseneferega!... soldi ben spesi... cibo per lo spirito...
... è preferibile morire da vivi... che vivere da morti...
... grazie Daniele per l'ampio respiro...
oddio spero di no, altrimenti nelle mie vita precedenti sono stato pol pot, hitler, torquemada, uno dietro l'altro.
Non importa cosa facessi o cosa sacrificassi, ogni azione in questa vita è sempre stata inutile, priva di senso.
Sarò un poco egoista, ma spero vivametne che non sia solo karma il fatto di essere circondato da torme di stronzi
D'accordo su tutta la linea
37 Tianos
In disaccordo su tutta la linea
Una frase che sarebbe stata più di pertinenza al malinconico Schopenhauer…
Ah! Si… stavo uscendo dalle rotaie dagli occhi a mandorla...
Sti giapunes...
Il mio era sopratutto una provocazione sul paradosso insito nel concetto di karma.
38 Venuscopio ?
E perchè non periscopio o stetoscopio?
Non esiste nessun paradosso insito nel concetto del karma, è solo l'interpretazione soggettiva che ognuno gli da a seconda del proprio livello di conoscenza...
#11 slashrs
Un mio amico ha la moglie Giapponese, ho avuto modo di conoscere alcune donne e devo dire che le trovo molto carine, amano molto stare in Italia perchè c'è molta più socialità, comunque sono molto con i piedi per terra, mi sembra che non amino i giochetti quello che vedi è.
Mio figlio è stato con i suoi amici in Giappone sono rimasti sbalorditi dalla pulizia, ordine e rispetto delle regole... ecco diciamo che sono un pò una razza aliena
Trovo che sia spesso presente nella cultura giapponese una componente inquietante, anche e soprattutto laddove essa si concentra sulla salvaguardia di un equilibrio e di un’armonia assolute, espresse a fin di bene. Un tentativo fuori tempo massimo di tenere in vita, ad ogni costo e con le modalità di una respirazione artificiale, la tradizione, e questo dopo averla ammazzata con lo strapotere di un’ ipertecnologia accettata acriticamente
A volte anche a me da questa sensazione ma credo sia dovuta alla grossa "differenza" culturale, credo che la loro tradizione sia una cosa estremamente interiorizzata.
Sono stato in Giappone due volte a studiare Aikido nel luogo dove è nato, un luogo ricco di spiritualità e tradizione.
Il Giappone è un paese con contraddizioni molto forti sono estremamente materiali e spirituali nello stesso tempo, qualcosa ce noi occidentali non potremo mai capire, del giapponese si dice che nasce scintoista si sposa da cristiano e muore da buddista.
Amo il Giappone consigli a tutti di andarci almeno una volta nella vita.
Chiedo venia, non credevo di ferire tanto per un errore di battitura.
In verita il concetto di karma è un paradosso a livello logico. (poi che possa funzionare o meno in un grande disegno divino...)
Ad esempio in un sistema in cui prendessi in considerazione 100 persona buone (e anche qua il concetto non è facile da definire) e anche se per casualità una sola persona finisse per commettere un atto atroce (la persona sbagliata al momento sbagliato) uccidendo ad esempio 9 persone nello scontro finendo morto anche lui, nel ciclo delle reincarnazioni per effetto del kerma esso diverrebbe sempre più pensate portando quasi la totalità del gruppo ad essere cattivo e i buoni una specia protetta. (a qua potrei darti ragione visto il letamaio che è il modno oggi
Non solo a livello morale, la madre di quel gruppo che partorirebbe l'anima della persona "cattiva" quale karma pesante si sarebbe meritata (visto che la causa- effetto del karma stesso farebbe soffrire prima o poi il figlio e di conseguenza la madre)?
Per questo considero il concetto di Karma un paradosso, se seguo il karma oltretutto rischierei di dare giustificazione ad un atto brutale con la scusa "il suo karma era cattivo, semplicemente se lo meritava" o peggio dare meriti di karma positivo a persone malvagie che semplicemente hanno ereditato karma mostruosamente positivo da suoi predecessori.
In parte è la scusa che danno gli Israeliani al massacro dei paelstinesi (noi abbiamo subito la shoa, noi siamo l'agnello sacrificato durante la seconda guerra mondiale quindi ingiudicabili, alias ci meritiamo "karma positivo")
"oddio spero di no, altrimenti nelle mie vita precedenti sono stato pol pot, hitler, torquemada, uno dietro l'altro.
Non importa cosa facessi o cosa sacrificassi, ogni azione in questa vita è sempre stata inutile, priva di senso. .."
Rilassati, secondo questa conoscenza il senso delle presenti esperienze lo capirai nell'intervallo, quando te ne sarai andato e in attesa della prossima reincarnazione e, dopo averlo incorporato nei vari piani del tuo essere lo porterai con te, inconsapevolmente, e contribuirà a determinare la nuova avventura.
PS - Vedo ora il tuo commento 45, meglio non avventurarsi in interpretazioni arbitrarie (che oltretutto sono contorte inesorabilmente dal moralismo nel quale siamo immersi fino alle orecchie).
Sarà ma io da persona remissiva e tendenzialmente buona sto marcendo dentro.
P.s. credo che la frase "mistero della fede" abbia già il copyright
Sono d'accordo.
Non sono mai stato in Giappone, ma ho letto tanto su Haiku, Kendo, Aikido, arti figurative ecc.
Una cosa che mi è rimasta impressa (non ricordo dove l'ho letta e chi l'abbia scritta) è che non si potranno mai capire i giapponesi, a meno di non essere giapponesi.
Trovo questo popolo, con tutte le sue contraddizioni e i suoi estremismi estremamente stimolante e pieno di spunti per pensare, ragionare e crescere e questo articolo viaggia proprio in questa direzione.
Pertanto grazie Daniele e, come detto da #18 tredimeno, è vero che da un punto di vista architettonico è un vero e proprio "pugno in un occhio", ma noi ragioniamo da occidentali e non dobbiamo dimenticare che i giapponesi sono pragmatici, estremamente pragmatici.
Sarebbe interessante parlare con un giapponese e sentire la sua faccia della medaglia
Grazie per l'apprezzamento: mi informa che questa volta, forse, sono riuscito nell'impresa di comunicare.
Non ho capito una fava
46 Primadellesabbie
Complimenti. Lucido come al solito...
… se esiste il karma… il mio è legato a questo…
… ma ci sono argomenti che riguardano la spiritualità su cui esulo…
… credo che la spiritualità del Giappone sia diversamente presente anche nel nostro popolo italico…
… e questo è il motivo della “vicinanza” tra due popoli così lontani…
… la stazione è indubbiamente un pugno nello stomaco…
… ma questo è il suo motivo di esistere… è la sua essenza…
… deturpa il paesaggio?… no, lo antropizza… siamo animali speciali…
… e la nostra presenza è sempre stata molto incidente sul pianeta…
… è un manufatto “speciale” antiutilitaristico… e questo già non è poco…
… la sua funzione è proprio quella di essere “inutile”…
… la sua funzione è prettamente spirituale, meditativa… umana…
… ora devo interrompere… forse continuerò più tardi…
In particolare la respirazione artificiale, l'idea che il corpo ( con corpo intendo corpo e anima insieme) va controllato e non scoperto, conosciuto, ascoltato, alla fin fine che dal corpo bisogna "distaccarsi" per trovare non si sa bene quale "grande saggezza".
In pratica, per sentire di meno, invece di rendersi conto di quello che si sente e agire di conseguenza. Da qui anche un'estetica, un'idea di bellezza che viene considerata bellezza perchè priva di vita, congelata. Ma chi ha trovato "vantaggi" da questa pratica, che permette anche di sentire meno la sofferenza, non vi rinuncia per capire questo altro modo di porsi, me ne rendo conto.
... totalmente inaccessibile... sembra uscita da un film di Hayao Miyazaki...
... una stazione fantasma... che sbuca tra le brume del fiume e della foresta che la sovrastano... dispersa nel nulla... soverchiata dalla natura selvaggia e aspra...
... "l'ultima thule"... metafora della vita... luogo di "passaggio"... terra della lentezza...
... è l'espressione tangibile dei disvalori lesivi culturali che quotidianamente ci consumano...
... ma è anche fenomeno estetico della ricerca di quel vuoto interiore da colmare...
... quella mancanza di presenza nel mondo "altro" da noi... l'iperuranio, sede delle idee...
... che dà accesso alla conoscenza di un mondo interiore...
... dove l'ideale di bellezza si fonde con l'insostenibile leggerezza dell'essere...
Suoi libri sono stati tradotti in italiano.
Wikipedia:
it.wikipedia.org/wiki/Lafcadio_Hearn
... mi interesso della cultura giapponese fin da ragazzo...
... ma Lafcadio Hearn (alias Koizumi Yakumo) non lo conoscevo...
... come non conoscevo Seiryu Miharashi Eki...
... come è sempre sorprendente il mondo... così lontano e contemporaneamente vicino...
... credo proprio che diventeremo amici...
... sto pensando al nome del club dei misantropi: "Uno è poco, due son troppi"...
... con sede a Seiryu Miharashi Eki, naturalmente... che ne pensi?...
Ricordo che in uno dei suoi libri, Hearn, per cercare di descrivere le differenze con cui ci muoviamo nella realtà, fa degli esempi e tra altri questo, significativo: noi, per infilare il filo teniamo fermo l'ago con una mano e cerchiamo di inhtrodurre il filo nella cruna con l'altra, invece i giapponesi tengono fermo il filo che cercano di intercettare con la cruna dell'ago.
... nel concetto giapponese del Wabi-Sabi (che penso tu conosca)...
... ti offro questo dono Kintsugi in onore alla nostra comunicazione riattivata...
... la perfezione nell'imperfezione... grazie anche per ago e filo... fine OT...
Trattando dei costumi giapponesi a cavallo tra tradizione e modernità, questo video e altri analoghi con protagonisti giovani (mentre le lame sono fabbricate da adulti maturi e i giovani devono guardare e imparare) mi hanno indotto a confezionare regolarmente il pane in casa (da alcuni anni).
20':
www.youtube.com/watch?v=kXDw5Mxkj8s
(Se quando tornerò a nascere ci sarà ancora l'usanza di mangiare pane, o ci saranno ancora cocci da riparare avrò il dilemma della scelta).
Siamo tutti indigeni.
Per "non indigeno" si intende qualcuno che si ritiene più evoluto e deride una modalità di relazionarsi alla materia viva, sia terra sia legno sia acqua sia manufatti sia quel che sia, usufruendo di simboli e rituali diversi per esprimere un' altro modo di stare al mondo?