Sapienza e conoscenze perdute - Raccolta di articoli a tema esoterico

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4 Anni 5 Mesi fa #34441 da Bastion
Apro questo topic, sperando di fare cosa gradita, per apportare periodicamente articoli a tema esoterico.
Buona lettura a tutti! :wave:

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4 Anni 5 Mesi fa #34442 da Bastion
GLI GNOSTICI E LE TENEBRE

La Parafrasi di Seem è un’apocalisse gnostica vergata in sahidico, ma in realtà tradotta da un archetipo greco. Si tratta del più esteso ed enigmatico dei cinquantadue trattati ritrovati tra i cocci di una giara in circostanze rocambolesche nel 1945 presso Nag-Hammadi (l’antica Chenoboskion), nell’Alto Egitto. Lo sfondo ierostorico in cui si muove il testo è in apparenza una rivisitazione del primo capitolo della Genesi: ab initio, agli albori del divenire, esistono la Luce, phos, e la Tenebra, skotos. Tra di esse fluttua lo pneuma, la cui immagine si staglia, riflettendosi, sul fluido oscuro sottostante, generando il Nous serpentino, uroborico e demiurgico. Il messaggio è palese: l’uomo pneumatikos, spirituale, dev’essere salvato, sottratto alla physis sorta dal Nous serpentino. Lo scritto è una riflessione sui meccanismi di disgusto e deiezione che danno luogo alle categorie di puro e impuro; una via per capire il libertinismo gnostico, con la relativa dottrina del Salvatore che insegna a combattere il desiderio attraverso il desiderio. L’autore della Parafrasi di Seem rivela una coerente visione sincretistica in cui confluiscono elementi biblici, zoroastriani, orfico-pitagorici, stoici e medio-platonici, il tutto assimilato in una cultura di lingua aramaica. Secondo il testo la storia della salvezza è segnata dagli iterati tentativi della physis demiurgica e del demone Soldas di annientare la stirpe degli uomini spirituali: prima attraverso il diluvio universale ai tempi di Noè, poi distruggendo la città dei “giusti” Sodoma e infine tentando di annientare il Salvatore invisibile, qui denominato Derdekeas, probabile prestito dall’aramaico dardaka, giovane, fanciullo. Proprio grazie alle successive manifestazioni e rivelazioni di Derdekeas, lo pneuma primigenio viene liberato dai lacci della Tenebra e restituito alla sua iniziale purezza.

Il Diluvio, la Torre di Babele e Sodoma
La prima parte della storia narrata nella Parafrasi di Seem parla dello smarrito equilibrio iniziale tra Luce (phos), Spirito (pneuma) e Tenebra (skotos), perduto a causa di un movimento conoscitivo e di un impossessarsi di particelle spirituali ad opera della Tenebra. Segue la catabasi in due tempi del Salvatore e Rivelatore Derdekeas, il quale prima solidifica e rende capace di resistere agli attacchi della Tenebra lo Spirito intermedio e in seguito scende nella Tenebra stessa, inducendola con l’inganno a procreare. Con questa generazione, anch’essa suddivisa in due fasi, la Tenebra, definita utero (metra) e natura (physis), inconsciamente separa da sé le particelle luminose. L’ultimo prodotto di tale atto generativo, descritto facendo ricorso a una simbologia e a un lessico esplicitamente sessuali, è la duplicazione dei corpi, cioè l’umanità che, essendo di natura mista, cioè avendo in sé anche un’eredità spirituale, è oggetto dell’aggressione della Tenebra, che intende annientarla al fine di riappropriarsi delle particelle di Luce in essa contenute. Per ripristinare l’equilibrio iniziale è necessario che la Tenebra porti a termine la distruzione dell’umanità. Il primo assalto è rappresentato dal Diluvio, cui Derdekeas non risponde con un intervento diretto, bensì utilizzando lo stesso demone incaricato dalla Tenebra di liberare le acque alluvionali; questi, con l’aiuto di altre creature dell’oscurità, costruisce una torre – probabilmente la Torre di Babele – per salvarsi e raduna l’umanità spirituale. L’opera del Salvatore è quella di raffinare costantemente il mondo, separando gli elementi ignei da quelli acquosi: Saphaina, la Veridicità, da Molychtha, la terra contaminata a figura di Unicorno. Nel secondo attacco della Tenebra, questa dà la Legge (in altre parole la Torah!), che è un inganno demoniaco; allora Derdekeas fa manifestare nella città di Sodoma un Giusto e comunica poi ai sodomiti un insegnamento universale. Ma la natura malvagia distrugge la città con il fuoco.

La Fede e il Battesimo
Il demone allontanatosi da Sodoma si impadronisce dell’intera creazione finché, al culmine della volontà di potenza e del vano orgoglio, decide di anticipare, precorrendo i tempi, l’ultima manifestazione della Fede: «Il primo infatti a essere generato è il demone che, secondo l’armonia della natura, si è manifestato in molti aspetti...». Il demone rappresenta il prodotto finale, il compimento estremo della Tenebra. La sua manifestazione è accompagnata – come quella dell’Anticristo – dallo scatenarsi di odî, cataclismi, guerre, carestie e bestemmie. Lo stratagemma che egli utilizza per incatenare il genere umano è il vincolo del battesimo, l’immersione nelle acque di morte: «... in quel tempo il demone si manifesterà anche sul fiume, per battezzare con un battesimo imperfetto e scuotere il cosmo con un legame d’acqua». Il Diluvio scatenato dal demone (su ordine della Tenebra) rappresentava un primo tentativo di legare l’umanità al vincolo della forza psichica simboleggiata dall’acqua: il battesimo d’acqua è dunque immagine del Diluvio. Il Salvatore Derdekeas decide poi di manifestarsi direttamente nelle membra del pensiero della Fede, cioè nello scorrere dell’energia psichica e spermatica. Il demone Soldas è il corpo che imprigiona la forza di Luce del Salvatore gnostico. Egli appare nelle acque per battezzare il Redentore celeste Derdekeas con un battesimo imperfetto, ma allo stesso tempo possiede una Luce spirituale a cui Derdekeas unisce il proprio manto invincibile e l’oggetto della rivelazione, cioè il mezzo di difesa di Seem e della sua razza: una serie di nomi arcontici che sono la prova della vittoria di Derdekeas, il quale ha ormai definitivamente «preso la Luce dello Spirito dall’acqua di terrore». La trasmigrazione della sostanza luminosa è resa con metangismos, una parola che esprime la fluidità spermatica in cui lo splendore sorgivo scorre di utero in utero.

La Stella di Luce
Circondata da un corteggio di creazioni o entità luminose che possono essere reinterpretate come il succedaneo gnostico dei Magi evangelici, fa la sua comparsa nella Parafrasi la Stella di Luce, indomabile vestimento del Soter: «E la Stella di Luce è la mia veste invincibile che indossai nell’Ade; essa è la grazia sovrastante l’intelletto, la testimonianza di chi ha visto; la prima e l’ultima, la Fede, l’intelletto del vento di tenebra» (VII, 33, 17-26). La Stella di Luce è la veste invincibile di Derdekeas, che richiama il paidion del Vangelo di Matteo 2,9: una luce aurorale che si leva prima del sorgere eliaco e dove l’Anatole è il suo termine tecnico. Lo stesso uso ricorre in precedenza nel testo a indicare la costituzione di quel corpo magico edificato sulle rovine del corpo fisico.

La discesa di Derdekeas
Il Redentore celeste Derdekeas è disceso nel corpo del demone Soldas per recuperare le particelle di Luce (= lo Spirito) imprigionate nell’acqua oscura. Nel tempo stabilito egli si rivela nel battesimo ingannatore del demone «per manifestare, attraverso la bocca della Fede, una testimonianza per coloro che le (alla Fede) appartengono». Il testo della testimonianza è una sorta di invocazione prebattesimale a varie entità divine. La veste di luce è quindi quell’elixir che altera i corpi riducendoli ad altri corpi più puri, convertendo l’acqua in fuoco e viceversa. La physis, la Natura, che aveva aggredito l’umanità con l’acqua del Diluvio e con il fuoco che distrusse Sodoma, ora raduna tutte le forze per l’assalto finale, che fallisce ancora più dei precedenti: difatti Derdekeas, dopo aver indossato la Luce della Fede e il fuoco inestinguibile, riemerge dall’acqua, avendo ormai tratto da essa quella potenza dello Spirito che era stata seminata nella creazione attraverso un’unione sessuale, dai «venti, i demoni e le stelle». Con il battesimo del Redentore celeste la ierostoria si è conclusa: «e con essi sarà compiuta ogni impurità», suggestiva espressione che è il rovesciamento ermeneutico del «compiamo ogni giustizia » del Vangelo di Matteo 3, 15. Questa parte della Parafrasi di Seem si chiude con un’ultima raccomandazione di Derdekeas a Seem affinché «non abbia comunanza con il fuoco e con il corpo di tenebra », poiché «il giusto sono le cose che io ti insegno». Segue la frase: «questa è la parafrasi», che introduce l’ultima parte del testo, in cui il presunto Parafraste, cioè Seem, esprime ancora tutta una serie di idee e concezioni tipicamente gnostiche, aprendosi con un’ampia e durissima polemica antibattesimale.

Soldas e Rebuel
La contrapposizione tra Soldas e Derdekeas, tra demone e Salvatore celeste, è il segno e compimento della pienezza dei tempi. L’evento salvifico è scaturito da un esplicito e provocatorio stratagemma autorivelativo escogitato da Derdekeas nei confronti della Tenebra. Ciò è avvenuto «affinché si compia la malvagità della natura»; difatti la Tenebra, nella sua negatività e nel suo ritrarsi all’interno delle passioni, tenta un’ultima, disastrosa aggressione nei confronti di Derdekeas. La natura malvagia, demoniaca, plasma Soldas per dare la caccia al Salvatore celeste. Soldas è l’involucro psichico del Salvatore, imprigionato nelle acque della morte. Interessante il parallelo con la Predica dei Naasseni riportata da Ippolito nella sua Refutatio, secondo cui il demiurgo omicida Esaldaios, «il dio di fuoco, quarto di numero», plasmerebbe nel fango l’involucro corporeo di Adamo e con esso, come con una trappola, catturerebbe il figlio del Dio superiore ed ineffabile, l’Archanthropos o Adamas. All’intenzione della Natura di catturare la Luce, questa reagisce separandosi dalla Tenebra. Si ripropone l’idea della separazione della Luce dalla Tenebra già presente nella scena del battesimo demoniaco descritto nella seconda parte del testo, ma la narrazione ha uno svolgimento diverso. Qui non solo sembra che Derdekeas non entri nell’involucro demoniaco di Soldas per farsi battezzare, ma non ha più luogo nemmeno alcun battesimo. Di fronte alla rivelazione celeste Soldas si sdoppia e la sua parte femminile, cioè l’anima (la psyche) illuminata, si separa dal suo corpo oscuro, offrendo la testimonianza e raggiungendo la pace. «E a quel tempo la Luce fu separata dalla Tenebra e nel mondo si udì una voce che diceva: “Beato è l’occhio che ti ha visto, e la mente (nous) che secondo la mia volontà ha sopportato la tua grandezza (megethos)”. E l’Esaltato dirà: “Beata è Rebuel tra tutte le generazioni degli uomini, poiché tu sola sei colei che ha visto”». Ma chi è veramente questa Donna, che ha visto e quindi comprende la manifestazione della divinità? La risposta non tarda ad arrivare: «Poiché la Donna che a quel tempo sarà decapitata è l’unione della potenza del demone, colui il quale battezzerà nella durezza il seme di Tenebra, che sarà mescolato con l’impurità. Egli generò una Donna, che fu chiamata Rebuel». Rebuel rappresenta l’elemento psichico del demone Soldas, l’anima – che fa da legame con l’elemento spirituale – la quale, essendo stata illuminata viene separata, recisa dal resto del corpo: «... Ed ella (= Rebuel) ascolterà. E la Donna verrà decapitata, lei che ha la sensibilità/ percezione (aisthesis) che tu manifesterai sulla terra. E secondo la mia volontà porterà testimonianza (martyrein) e sarà preservata da ogni vano affannarsi della Natura (physis) e del Caos». Seem non parla più del battesimo del Salvatore celeste, ma presenta un demone (cioè Soldas) dicotomico, che si sdoppia: l’amalgama oscuro fatto di psyche e di hyle riceve un’illuminazione; da esso quindi si separa, mediante la “decapitazione”, l’elemento psichico che si è purificato; esso difatti raggiunge la “testimonianza” e la “pace” che erano già state dei sodomiti e – parzialmente – delle vittime del Diluvio. La Natura, emanazione e personificazione della Tenebra, ha dunque fallito ancora una volta nell’intento di annientare lo Spirito e la sua ipostasi luminosa, cioè Derdekeas: la stessa forza diretta all’annientamento della Luce è stata coinvolta in un processo di metanoia, di conversione. Dal demone infatti è stata recisa, separata, la parte più pura; l’anima ha quindi subito un processo di catarsi salvifica, separandosi definitivamente dall’elemento oscuro e demoniaco.

L’Arconte Uterino
La visione negativa e demoniaca del battesimo e delle acque è presente in numerosi ambiti gnostici. L’Esegesi dell’Anima, un altro scritto di Nag-Hammadi, descrive l’imperfezione e la negatività del rito battesimale: è il battesimo di conversione (metanoia), fatto di dolore e sofferenza, che ha come destinatari gli psichici, cioè gli adepti della Grande Chiesa. Questo battesimo, pur negativo e vincolato alle passioni corporee, sembra comunque il primo passo verso la salvezza e la liberazione dalle tenebre del tempo presente: «... Ma quando ella (= l’anima) percepirà i dolori in cui si trova e piangerà verso il Padre e si convertirà (metanoein), allora il Padre avrà pietà di lei e volgerà il suo utero (metra); dall’esterno egli lo volgerà di nuovo verso l’interno, riacquistando l’anima ciò che le è proprio. Poiché esso (= l’utero) non è come quello di una donna. Infatti l’utero del corpo è dentro il corpo come gli altri organi interni, ma l’utero dell’anima cinge la parte esterna come i genitali maschili, che sono esterni. Così quando l’utero dell’anima, seguendo la volontà del Padre, si volge verso l’interno, esso si immerge (baptizein) e diviene subito puro dalla contaminazione esterna che gli si era impressa addosso, come (i vestiti quando) sono sporchi, messi in (acqua e) strizzati, il loro sporco è rimosso e diventano puliti. E così la purificazione dell’anima è l’accettazione della (novità) della sua precedente natura; e lei si volge ancora. Questo è il suo battesimo». Il simbolismo appare simile a quello della Parafrasi di Seem: l’anima infatti, essendo l’elemento intermedio tra pneuma e hyle, tra interiorità spirituale ed esteriorità corporea, quando si volge all’esterno si prostituisce con i lestes, i briganti che abusano di lei contaminandola; a causa di ciò ella smarrisce la propria identità spirituale e divina. Il ritorno verso l’interno inizia con un battesimo di metanoia, con un lavacro di conversione: questo rito doloroso, poiché imperfetto, sarà completato con la discesa dello pneuma, dello Spirito inviato dal Padre ineffabile e trascendente, con cui l’anima si unirà in caste e immacolate nozze. L’istanza che spinge l’uomo verso la luce segue un percorso iniziatico attraverso i pathe della materia, dove le sue contorsioni corrispondono alla operazione alchemica della separatio. Il modello antropocosmico è poi da collegare a tecniche di visualizzazione interiore, dirette a coinvolgere soffi vitali, mente illuminata e fluidi fisiologici, diciamo pneuma, luce e seme. Ma non basta. C’è qualcosa in più, in relazione a concrete pratiche di controllo della sessualità, che richiamano gli esercizi del tantrismo induista e buddhista. Il Salvatore è capace infatti di scendere, come ogni mente illuminata, verso le sorgenti del desiderio e aspirarlo di nuovo fino alla mente, come nella costruzione di ciò che nel buddhismo tantrico è il corpo adamantino, il vajra. Ciò non di meno, nella Parafrasi di Seem la generazione è positiva, non come nell’Esegesi dell’Anima che la vulva o utero deve ritornare vergine. Alla stessa guisa dei manichei, il demiurgo deve fabbricare nuove anime, affinché venga indebolita la sua forza. Anche qui il Soter si serve della sessualità per portare a maturazione i semi spirituali. È molto probabile che l’Apocalisse di Sem, menzionata nel Codice Manicheo di Colonia, coincida con la Parafrasi di Nag-Hammadi e che Mani, il profeta scrittore, l’avesse letta, modificandola a suo uso e consumo. Il Cristo manicheo discende nel mondo senza incarnarsi (Contra Faustum 5), qui il Salvatore deve prostituirsi, accettando di contaminarsi e solleticando in tutti i modi una vulva che vorrebbe svuotarlo di ogni potere.

Oceani Spermatici
Ancora, in un altro scritto visionario di Nag-Hammadi, Zostriano, l’acqua del rito battesimale impartito dalla Grande Chiesa è l’acqua di morte, elemento psichico e femminile, vincolo e laccio che lega lo Spirito: «Non battezzare te stesso con la morte e non entrare in contatto con quelli inferiori a te invece che con quelli migliori. Fuggi la follia e la schiavitù della femminilità e scegli per te stesso la salvezza della mascolinità. Non sei venuto (per soffrire), ma per sfuggire la tua schiavitù. Liberati, e ciò che ti ha legato sarà sciolto». Il battesimo impartito da Giovanni Battista non serve a Gesù Cristo, che con la sua discesa nell’acqua del Giordano (cioè nel mondo di Tenebra) sancisce la fine del potere arcontico e demoniaco. Esemplare in tal senso è un altro scritto di Nag-Hammadi, la Testimonianza Veritiera: «Il Figlio dell’Uomo invece (è venuto) dall’Incorruttibilità, (restando) estraneo alla contaminazione. Scese nel mondo al fiume Giordano e subito il Giordano rifluì indietro. E Giovanni rese testimonianza alla (discesa) di Gesù. Fu il solo, infatti, a vedere la (potenza) scendere sopra il fiume Giordano; e riconobbe che il dominio della procreazione carnale era ormai terminato. Ora, il fiume Giordano è la potenza del corpo, vale a dire le sensazioni dei piaceri. L’acqua del Giordano, invece è la concupiscenza (epithymia) del rapporto sessuale. Giovanni infine è l’Arconte dell’utero ». Il fiume Giordano è l’Oceano generativo, così come affabulano i Naasseni. Essi identificano questa corrente acquea con il fiume seminale: scorrendo verso il basso essa genera l’uomo, mentre scorrendo verso l’alto genera gli dèi. Il rifiuto del battesimo coinvolge ovviamente anche Giovanni Battista, che pure era stato generato dal Logos come Gesù. Questa filiazione dal Logos permette al Battista di rendere testimonianza e di vedere la potenza che scende. Ma ciò non gli impedisce di essere l’Arconte dell’utero, in quanto signore dell’elemento acqueo in tutta la sua negatività, principalmente sessuale. A questo battesimo impuro gli gnostici della Testimonianza Veritiera contrappongono un battesimo di verità, che è la vera rinuncia al mondo: «Alcuni accedono alla fede (ricevendo) un battesimo, come se avessero in speranza di salvezza (questo battesimo) che chiamano “sigillo”. Essi non (sanno) che i (padri) del mondo (= gli Arconti) si manifestano proprio lì; (lui, però) (sa) che gli è (già) stato impresso il sigillo. (Il Figlio dell’Uomo) infatti non battezzò nessuno dei suoi discepoli (...). Tuttavia, (se quelli che) si fanno battezzare raggiungessero la vita, il mondo sarebbe (presto) vuoto. In realtà i padri del battesimo erano contaminati. Il battesimo veritiero invece è qualcosa di diverso; è attraverso la rinuncia al mondo che lo si trova». L’ignoranza, la deficienza degli psichici, fa loro credere che il sigillo battesimale ricevuto sia di qualche utilità, ma si tratta di un inganno: l’unica concessione fatta dagli gnostici è che in tal modo qualcuno entra nella fede, quella psichica che, sebbene illusoria, può rappresentare il primo passo verso l’autocoscienza della propria filiazione divina. Con la Testimonianza Veritiera siamo quindi giunti al culmine dell’attacco e della negativizzazione gnostica del rito battesimale: qui Giovanni Battista è considerato un Arconte della Tenebra. Il fatto che, grazie alla sua natura psichica e intermedia, possa ancora testimoniare, vedere e riconoscere il Figlio dell’Uomo discendere sul fiume Giordano, è secondario e sembra più che altro un espediente retorico escogitato da questa conventicola gnostica, per conciliare le proprie dottrine con le asserzioni della Grande Chiesa. La singolarità della vicenda di un Salvatore legato alla forza acquea e vaginale è diventata un evento comunitario, l’abiura del rito fondante il credo cristiano il lasciapassare per l’inclusione nella cerchia degli eletti gnostici.

Articolo di Ezio Albrile

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4 Anni 5 Mesi fa #34443 da Bastion
IL FLUSSO STORICO DELLA TRADIZIONE PRIMORDIALE

Da più parti è avvertita la necessità di comprendere non solo la Tradizione divina, ma anche di intuirne il flusso storico, ossia gli anelli di una catena che, per le sorti dell'umana specie, è più preziosa di quanto si possa immaginare. Ritengo necessario dare quindi una definizione univoca di “Tradizione” e poi individuare gruppi e singoli che vi si sono uniformati nel corso della storia umana. Dobbiamo a René Guénon il termine “Tradizione Primordiale” che egli usò frequentemente nella sua grande produzione a carattere iniziatico-esoterico. Altri l'hanno definita Religione Universale, Filosofia Perenne, Tradizione Eterna, Tradizione esoterica. È interessante notare come famiglie iniziatiche quali Sufismo, Massoneria, Qabala, Rosacroce o le fratellanze alchemiche, sostengano tutte con forza che la Tradizione Primordiale è, fin dalle origini, prettamente sufica, massonica, qabalistica e quant'altro. Ognuna dimentica di essere un petalo del grande fiore e non il centro del fiore stesso. Pur essendo queste famiglie ben inserite nella Tradizione Primordiale di cui sono un aspetto, il volersi ergere a causa e non riconoscersi quale effetto, prova quanto sia difficile persino tra gli iniziati trascendere i particolarismi dovuti all'appartenenza a un gruppo spirituale. Il fatto è che un ebreo cabalista si sente sempre un ebreo e altrettanto dicasi per l'islamico sufi o per l'esoterista cristiano. È di pochi iniziati scrollarsi di dosso l'origine umana o l'appartenenza a una famiglia esoterica, per puntare direttamente al nucleo spirituale. Quando Paolo scrisse che il Melkizedek era «Senza padre, né madre, né geneaologia, senza inizio di giorni e fine di vita» (Ebrei 7:3), o quando Gesù disse: «In verità vi dico, non c'è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà» (Luca 18:29), ci si riferisce a una razza animica, quella dei sacerdoti eterni, la sola capace di avvertire la necessità di tornare al centro spogliandosi di qualsiasi attributo umano. Definiamo Ordine di Melkizedek questa tribù esoterica trasversale di gran lunga superiore a qualsiasi altra, capace di non sentirsi né sufi, né cabalista, né cristiana, ma tutte queste cose insieme.

Una definizione di Tradizione Primordiale
Paolo, in quanto universalista dell'Ordine di Melkizedek, e non certo in qualità di cristiano per come si intende comunemente tale termine, tentò di definire nelle sue lettere la Tradizione, che egli chiamò semplicemente Sapienza: «Sapienza divina e misteriosa, rimasta celata, che El Elyion ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria» (1 Corinzi 2:7)… «Tra i perfetti parliamo di una sapienza che non è di questo mondo… Nessuno degli Arconti di questo mondo ha mai potuto conoscerla» (1 Corinzi 2:6-8). Platone la definì come un dono dall'alto agli uomini e la identificò con il Fuoco prometeico: «L'Antica Tradizione fu un dono degli dèi agli uomini che, da un punto del cielo divino, fu gettato un giorno sulla terra per mezzo di Prometeo insieme a un fuoco di una chiarezza abbagliante, e gli antichi, che erano più valenti di noi e vivevano più vicino agli dèi, ce lo hanno tramandato quasi una rivelazione» (Filebo). Origene ne testimoniò come di un patrimonio sapienziale universale e remoto: «Ascolta le parole di Celso: c'è un'antica dottrina che esiste da sempre, che da sempre è stata conservata dalle città e dalle nazioni più sagge e dagli uomini più savi» (Contra Celsum I,14). L'indimenticabile Ellemire Zolla scrisse che «La Tradizione è la trasmissione dell'idea dell'essere nella sua perfezione massima, dunque di una gerarchia tra gli esseri relativi e storici fondata sul loro grado di distanza da quel punto o unità. Essa è talvolta trasmessa non da uomo a uomo, bensì dall'alto; è una teofania. Essa si concreta in una serie di mezzi: sacramenti, simboli, riti, definizioni discorsive, il cui fine è di sviluppare nell'Uomo quella parte o facoltà o potenza o vocazione che si voglia dire, la quale pone in contatto con il massimo di essere che gli sia consentito, ponendo in cima alla sua costituzione corporea o psichica lo spirito o intuizione intellettuale…» (Che cos'è la Tradizione). Molti illuminati hanno donato il loro contributo alla comprensione della Tradizione e, in base a queste definizioni, essa emerge come una sapienza donata dallo Spirito agli uomini, per indicar loro il cammino del ritorno a uno stato di perfezione primordiale. Secondo il principio evoluzionistico darwiniano-lamarkiano, che pone l'enfasi sulla materia e sulla ragione, l'Uomo evolve da un primate, da una bestia, per costruire società sempre più evolute e complesse e macchinari che lo aiutino in questa crescita. Al contrario, secondo la Tradizione, l'Uomo era un essere evolutissimo in senso spirituale, dotato di un corpo sottile e luminoso, e il tempo segna l'allontanamento progressivo da quella condizione originaria, fino a rischiare di giungere a un punto di non ritorno. L'evoluzione spirituale della coscienza è tale solo se si attua un percorso a ritroso, dalla materia allo spirito. Secondo i “tradizionalisti” - tra gli altri Guénon, Evola, Fulcanelli, Kremmerz - l'Uomo è in involuzione inarrestabile e l'intervento dello Spirito incarnato, in vari luoghi ed epoche, ha avuto come finalità quella di bloccare la ruota involutiva e di creare i presupposti per il grande ritorno, in questo ostacolato da Spiriti Immondi, la cui intenzione è quella di sottometterci in eterno alla loro Ruota uroborica, ossia alle reincarnazioni eterne che possono portarci al disastro della seconda morte, l'estinzione della coscienza. È qui che trovo preziosa e vitale l'attività di custodia del patrimonio sapienziale operata da singoli e gruppi iniziatici nel corso della storia. Queste anime sapevano dove erano e cosa fare. Sapevano che la loro opera sarebbe stata messa sempre in pericolo dagli Spiriti Prevaricatori, ma hanno agito e si sono sacrificate senza risparmiarsi. In funzione di ciò, definirei la Tradizione Primordiale come un corpus di insegnamenti appartenenti a un non tempo, per lo più segreti, che da tempi immemorabili sono stati trasmessi per una via quadruplice: da Dio direttamente ad alcuni uomini eletti; per via orale, secondo una catena, da maestro ad allievo; da Ordini Sacri, che terminavano la loro funzione naturale, ad altri Ordini Sacri; per via scritta (sacre scritture, trattati). La forma di trasmissione più sublime, ma anche la più ardua ed elettiva, è quella dalla bocca del Dio interiore (Adamo Primordiale, Melkizedek) all'orecchio del suo alterego umano, come è scritto nel Pimandro del Corpo Ermetico: «Chiese Hermes: “Voglio essere istruito sugli esseri e sui misteri del Cosmo”. Rispose Poimandres: “Ricevi nel pensiero tutto ciò che vuoi sapere. Io ti istruirò”». È ivi che risiede il concetto più elevato di Cabala, che in ebraico significa “ricevere”. Direi che la Tradizione, ai primordi, discende giocoforza per via verticale per poi essere custodita e trasmessa attraverso maestri singoli od Ordini iniziatici, ma aggiornata verticalmente nel susseguirsi delle ere zodiacali. Questo è il senso profondo di un versetto del Libro di Sapienza (10:1-2): «La Sapienza protesse il padre del mondo, formato per primo da Dio quando fu creato solo; poi lo liberò dalla sua caduta e gli diede la forza per dominare su tutte le cose». Il Dio nell'Uomo, Sophia, dona un patrimonio sofianico all'essere primigenio già decaduto e lo aiuta a liberarsi da coloro che sono divenuti i suoi dominatori. Se l'Uomo Primordiale è decaduto, la Tradizione Primordiale non può che avere uno e un sol fine: la rigenerazione dell'Uomo di Luce antecedente l'Adamo biologico. Questo fine è al centro di ogni tradizione spirituale. Gesù e Siddharta, tra i molti, lo mostrano al massimo grado. In alcuni punti della storia, data l'accelerazione del decadimento spirituale, Sophia-Tradizione si è ritirata nel suo nucleo inaccessibile e ha steso un velo tra essa e gli uomini, interrompendo il contatto, limitato solo ad alcune anime speciali. I tempi attuali costituiscono uno di questi punti, forse il più terribile mai vissuto dall'umanità. Il contatto col centro sembra essersi ormai interrotto, ma alcune anime isolate stanno “ricevendo” semplicemente, perché bramano il “ritorno”. Questi punti di rottura sono noti nella Tradizione come “diluvii”, in quanto Sophia sommerge l'umanità nell'ignoranza, peraltro meritata, e salva dal “diluvio”, ossia dall'ignoranza, pochi esseri di buona volontà che la tradizione ebraica chiama “giusti”. In quest'ottica, Atlantide potrebbe essere interpretata come l'originario stato edenico che poi è stato sommerso dalla caduta primordiale nella materia e dal prevalere dell'ignoranza spirituale alimentata da una falsa conoscenza materialistica nota come Conoscenza del Bene e del Male.

L’anello egizio
Antico quanto il mondo, lo sciamanesimo non corrotto è sempre stato un anello fondamentale della Tradizione. Gli sciamani africani, asiatici, americani e australiani, non avranno avuto un libro sacro o non si saranno formalmente legati a un nuovo logos, ma il loro anelito all'ascesa e al contatto diretto con il divino è uno dei corollari della Tradizione, che consideriamo “sciamanica” nei suoi fondamenti. Ma il primo popolo, in senso storico, a ossequiare la Tradizione è l'Egitto. I saggi di Khem sfruttarono ampiamente il simbolismo per velare la Verità e impedire che fosse desacralizzata. Molti templi e fratellanze furono solerti nel custodire per secoli il segreto della rigenerazione, in particolare la Fratellanza di Sais sul Delta, e l'Accademia di Heliopolis deputata a formare l'uomo perfetto: il Faraone. I Saggi d'Egitto non erano politeisti, ma veneravano il Dio Sole, il Principio Uno di tutti gli universi, che chiamavano Ra. E veneravano l'uomo primordiale come Osiride e come Atum, da cui l'Atomo eterico, la particella indistruttibile celata nel coccige umano, nell'osso sacro. I diversi Dei erano i diversi volti dell'UNO nell'Uomo. Innalzarono Piramidi soprattutto allo scopo di glorificare il Grande Spirito e la sua catena emanativa, contenuti dall'intimo umano. Tutte le tradizioni conformi alla Grande Tradizione venerano questa scintilla divina presente nell'anima umana. L'Islam la venera nel suo stendardo: la stella contenuta dalla mezza luna, lo spirito contenuto nell'anima. Tutte le tradizioni chiamano questa scintilla, intrappolata nella materia corporale, Pietra. I saggi d'Egitto sapevano rivivificarla. E altrettanto Zarathustra in Iran che ebbe una rivelazione diretta dalla Sapienza, ovvero Ahura Mazda. Ahura gli insegnò il mistero della seconda nascita e gli svelò i segreti delle tenebre ahrimaniche. Lo Zoroastrismo e l'esoterismo egizio influenzarono molto sia l'Essenismo sia il Cristianesimo primitivo.

L’anello induista-braminico
L'altra matrice della Sapienza Divina è l'India. Anche l'Induismo primitivo appare come una religione politeista, ma anche in esso le varie divinità sono solo aspetti e teofanie del Dio Uno. Anche qui è insegnata l'aurea tradizione dei Nati Due Volte (dvjia). Gesù la manifesta agli Ebrei, che non vogliono ascoltare, nel momento in cui rimprovera severamente il simpatizzante Nicodemo, sostenendo che un maestro in Israel dovrebbe conoscere il segreto della rinascita in vita (Giovanni 3:10). Ma Nicodemo e tutti gli ebrei ortodossi, saggi e non, lo ignorano. L'influsso dell'Induismo nel proto-ebraismo degli Hanif (i Puri della Religione Primordiale secondo il Corano) risulta evidente dal nome di Abraham che è un tributo all'antichissima religione di Brahama e dei sacerdoti bramini.

L’anello ellenico
Molta della tradizione spirituale egizia confluì in Grecia attraverso numerosi sapienti, che furono istruiti nei templi egizi. Sorsero molte scuole iniziatiche eredi di misteri egizi: Eleusi in particolare. I misteri orfici testimoniano di un protognosticismo nella penisola. Plutarco, nel De Iside et Osiride 10 E-F, scrisse: «Ciò è attestato anche dai più sapienti fra i greci: Solone, Talete, Platone, Eudosso, Pitagora e anche Licurgo, a quanto pare, vennero in Egitto e s'incontrarono con i Sacerdoti. Dicono che Eudosso fu discepolo di Chnufis di Memfi, Solone di Sonchis di Sais, Platone fu iniziato a Sais, Pitagora di Enufis di Heliopoli. Pare che soprattutto Pitagora sia rimasto così colpito e abbia tanto ammirato quegli uomini, da trasfondere la loro tensione simbolica e misterica nelle sue dottrine, adattandole a una forma enigmatica. I sacerdoti ritengono anche che Omero, come pure Talete, abbia appreso dagli Egizi il concetto secondo cui l'acqua è principio e origine di tutte le cose». Insomma, buona parte dei grandi misteri fu salvata dai sapienti greci che trovarono iniziazione in Egitto. L'influenza greca si farà sentire poi nel cristianesimo primitivo, tanto più che i vangeli saranno scritti in greco.

L’anello ebraico
Per millenni i sacerdoti egizi custodirono la Sapienza di Adamo e il segreto della rigenerazione (seconda nascita). Ma gli Arconti riuscirono a infrangere la barriera di protezione. Verso il termine della civiltà egizia, l'iniziato Akhenaton tentò di proteggere la Tradizione da un attacco spaventoso delle Forze Oscure, ma toccò a Mosè, mezzo egizio e mezzo semita, fare da trait d’union tra le due ere e le due civiltà, e portare in salvo la Sapienza, facendola custodire da un popolo cui però darà solo la lettera. Il contributo di Mosè alla conservazione del segreto è enorme e, di riflesso, anche all'Ebraismo è dovuta la riconoscenza degli iniziati. Il cabalista Natan scrisse: «La tradizione esoterica fu una rivelazione di Elohim ad Adamo e a Eva e pervenne fino a Noè. La tradizione pervenne poi ad Abramo. E da Abramo trasmessa a Isacco, a Giacobbe. E i nostri Patriarchi furono in Egitto e la tradizione esoterica entrò in possesso degli anziani di quel popolo. La cosa si tramandò tra loro finchè nacque Mosè nostro maestro… E così quando avvenne che egli uscì nei campi e si isolò nel deserto, il Signore di Tutto gli si rivelò nel roveto » (Le Porte della Giustizia). Il segreto del battesimo di fuoco e spirito fu celato ai sacerdoti leviti nella lettera dei sacrifici animali, ma Mosè lo conobbe in Egitto perché fu istruito in tutta la sapienza dagli Egizi (Atti 7:22). Mosè lo conferì solo ai settanta anziani e da questi pervenne ai sacerdoti esseni di Qumran.

L’anello esseno
Tra gli ebrei, i soli a possedere il segreto della rigenerazione furono quelli della fratellanza di Qumran, il segreto Ordine di Melkizedek. Gli Esseni-Hassidim sapevano leggere dietro le righe della Torah. La Fratellanza inter-testamentaria custode dei misteri egizi e iranici conosce perfettamente il segreto alchemico del battesimo dell'acqua di fuoco, e la loro venerazione dell'elemento acqua lo testimonia. Attendono una manifestazione dell'Uomo Cosmico e la loro attesa non è vana. Gesù offrirà loro un nuovo Logos che essi, avanzati come sono, accetteranno, stipulando una nuova alleanza e divenendo i primi cristiani. La tradizione viene consegnata a Gesù, che la rinverdisce, istruito anche direttamente dall'Uomo Primordiale che egli manifesterà. Gesù nomina 12+72 eredi, ma consegna i misteri più profondi solo a Maria Maddalena, a Giacomo e a Filippo. La tradizione esoterica ebraica, nota comunemente come Qabalah, inizia proprio con gli Esseni e procederà nella Francia e nella Spagna del XIII secolo. Ma se gli Esseni accettarono il Nuovo Logos, i cabalisti ebraici rimasero fedeli alla vecchia Legge. I cabalisti cristiani del rinascimento (Johannes Reuchlin, Pico della Mirandola) adattarono la cabalah ai misteri cristiani, ma giustamente venerarono l'antica sapienza esoterica ebraica.

L’anello degli gnostici
La tradizione ritorna in Egitto e riparte da esso. Sorgono nell'Egitto copto-alessandrino diverse scuole gnostiche. Gli Gnostici ereditano i misteri di morte e rinascita e conoscono il terribile segreto del mondo, nonché la vera storia delle origini. Gli Arconti li combattono e li perseguitano e intanto fondano una falsa Chiesa, che cavalca e svilisce i misteri del Logos. Agli inizi del 200 d.C. il profeta gnostico babilonese Mani effettua il primo tentativo di universalizzazione delle religioni. Fonde Zoroastrismo, Ebraismo gnostico, Cristianesimo gnostico e Buddhismo in un unico grande sistema. Il suo credo si diffonde in buona parte dell'Asia, ma Mani viene ucciso e il suo corpo letteralmente fatto a pezzi. I Templari, durante i processi, saranno accusati di essere manichei, titolo considerato infamante.

L’anello islamico
Il profeta Muhammed viene istruito per via verticale e riceve un libro sacro in cui si enfatizza il principio della sottomissione alla particella divina. L'essenza dei suoi insegnamenti sarà custodita dal Sufismo, che si congiunge anche con gli antichi misteri iranici di Zarathustra e con la sua filosofia della luce.

L’anello Ashishin
Secondo il ricercatore Hammer-Purgstall «L'intero corpo delle pratiche occulte e dei segreti degli antichi sacerdoti egiziani, come l'alchimia, la rabdomanzia, la ricerca della pietra filosofale e l'uso di talismani, furono trasferiti dall'antica accademia di Heliopoli alla Casa o Fortezza della Scienza degli Ismailiti fatimidi del Cairo» (Storia degli Assassini). Gli Ashishin fusero lo Gnosticismo iranico con quello ebraico-islamico-cristiano, e custodirono una parte dei misteri esseni.

L’anello benedettino
Nel '500 Benedetto da Norcia crea un Ordine la cui regola è analoga a quella degli Esseni di Qumran. Merito dei Benedettini è la raccolta e la ritrascrizione di testi antichi di matrice esoterico-gnostica e, certamente, esisteva un nucleo segreto dedito all'alchimia, secondo il principio Ora et Labora - Medita e lavora su te stesso.

L’anello Templare e la fine del Tempio
Durante le crociate i Poveri Cavalieri del Tempio entrarono in contatto con gli Ashishin e fraternizzarono con essi. Buona parte dei misteri alchemici e ingegneristici furono trasferiti a essi e le cattedrali, con le loro dimore filosofali, assunsero il vitale ruolo di indistruttibili e occulti libri sapienziali in codice. I Templari erano gli Esseni d'Europa: monaci- guerrieri a conoscenza del dominio delle forze oscure sull'umanità. Il suo nucleo segreto, i Figli della Valle, custodì i grandi misteri, in particolare il mistero della rigenerazione alchemica. Distrutto l'ultimo Ordine di Melkizedek in terra, il contatto col centro cessò e il Tempio finì. Il testimone passò ai Rosacroce che erano anime scelte dallo Spirito divino, ma non un tempio strutturato. La massoneria non è mai stata un vero tempio, né ha mai avuto contatti col Centro. Neanche quella Scozzese, che pur è stata segreta erede del templarismo. Il buio continua ancor oggi, ma crediamo non per molto ancora.

Articolo di Mike Plato

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4 Anni 3 Mesi fa #35901 da Bastion
LEONARDO E IL LIBRO DELLE LAMINE
Articolo di Alessandro Coscia

Leonardo colpisce ancora. Da Vinci's Demons è una serie televisiva statunitense in onda sul canale Starz, e trasmessa in Italia da Fox. L'idea di base sfrutta le infinite potenzialità narrative che stanno nel personaggio- Leonardo, miscelando intrighi, avventura, misteri, in una Firenze e in un Rinascimento ultrapop. Qui non ci interessa offrire un parere sull'estetica e sulla qualità della fiction, ideata da David Goyer, già sceneggiatore di Batman e altri blockbuster, quanto analizzare uno degli ingredienti utilizzati per dare sapore alla trama e veicolati al grande pubblico: l'esoterismo. Forse per non ripercorrere territori ampiamente sfruttati, gli autori della serie hanno abbandonato temi consueti e legati a Leonardo, come il culto nascosto del Graal e della Maddalena. Il sottotesto misterioso della serie, questa volta, pesca in un ambito non così conosciuto: quello delle lamine cosiddette "orfiche" e dei culti misterici, diffusi dall'epoca dell'antica Grecia fino alla fine dell'Impero Romano. Con stupore, ad un certo punto, chi scrive, guardando la prima puntata, ha sentito pronunciare da parte di un paio di personaggi (tra cui il misterioso "Turco") la seguente frase: «Sono figlio della Terra e del Cielo Stellato. Sono arso di sete. Vi prego, fate che io mi disseti alla fontana della Memoria». La sorpresa nasce dal fatto che questa battuta replica in maniera inconfondibile una formula di riconoscimento tra iniziati, il cosiddetto symbolon, incisa su un gruppo di oggetti, le lamine auree, che facevano parte del corredo funebre di individui legati a un culto misterico ancora da definire (nonostante venga definito "orfico" in molti studi).

Verso l’Aldilà
Il corpus di questi reperti comprende ventitré lamine pubblicate, datate appunto tra la fine del V sec. a.C. e il III sec. d.C., che venivano poste, ripiegate più volte su se stesse o arrotolate, all'interno delle tombe e rinvenute in aree geografiche distanti e culturalmente diverse: le attestazioni vanno dalla Magna Grecia (Hipponion, Petelia, Entella), a Creta, alla Tessaglia, per finire alla Roma di età imperiale. I testi incisi sulle lamine sono stati classificati in due tipologie, variano per lunghezza e talora per contenuti, non tutti citano la "fonte di Mnemosyne” (Memoria). Le lamine mnemosynie si configurano come "istruzioni per l'aldilà", destinate a guidare nel suo itinerario oltremondano l'anima dell'iniziato. Di fatto, nei testi delle lamine più ampi a noi pervenuti, viene messo in scena un vero e proprio viaggio dell'anima, ambientato nell'Ade, in cui ricorre una serie di elementi fondamentali. Cito integralmente, come esempio, il testo della lamina più antica (e più lunga), rinvenuta nel sito dell'antica Hipponion (attuale Vibo Valentia): «Questa è opera di Mnemosyne, quando si è sul punto di morire. Verso le case ben costruite di Ade, sulla destra c’è una fonte e, vicino ad essa, eretto, un bianco cipresso. Qui discendono le anime dei morti e si rinfrescano. A questa fonte non accostarti neppure. Ma più avanti troverai la fresca acqua che scorre dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi i custodi, ed essi ti chiederanno, con mente accorta, perché mai esplori la tenebra dell’Ade caliginoso. Di’: “Sono figlio della Terra e del Cielo stellato, di sete sono arso e mi sento morire; ma datemi subito da bere la fredda acqua che viene dal lago di Mnemosyne”. E certo essi si consulteranno col sovrano degli Inferi e ti daranno da bere dal lago di Mnemosyne. E anche tu, avendo bevuto, andrai per la via sacra, su cui anche gli altri iniziati e bacchoi procedono gloriosi ». Questi testi suggeriscono un itinerario da percorrere nell’aldilà. L’anima si avvia per le dimore di Ade, badando a evitare la fonte accanto alla quale si erge un “bianco cipresso” (paragonabile alla fonte di Lete, anche se nelle lamine non è mai definita così). Dopo averla evitata, l’anima ne troverà un’altra, quella della Memoria, sorvegliata da custodi inflessibili. La “fredda acqua” di questa fonte è la bevanda che permette l’accesso alla “via sacra”, alla felicità ultraterrena. Ma i custodi concederanno quest’acqua solo all’anima che saprà pronunciare la formula suggerita dalla laminetta. Alcuni elementi – come la fonte e l’albero - ricorrenti in queste lamine sono rintracciabili in altre mitologie e in altri contesti precedenti (Il Libro dei Morti egiziano). Come rileva Ezio Albrile, l’archetipo della fonte “negativa” torna anche nei testi delle cerchie gnostiche sethiane, per i quali essa è “terribile” o, per dirla con le parole di un’altra setta gnostica, i Perati, è «morte per le anime». Questo per dire che i simboli fissati in questi testi hanno avuto una potenza che ha superato i confini cronologici entro i quali sono stati prodotti. È appena il caso di notare che, nel testo che abbiamo citato, si menziona uno stato che precede quello della morte (il verso dice: «quando si è sul punto di morire»). Banalizzando, all’Ade si va quando si è morti, non quando si sta per morire. È un dettaglio poco notato dagli studiosi e che potrebbe dischiudere interessanti interpretazioni: siamo sicuri che ci si riferisca (solo) al viaggio e al destino dell’anima post mortem? O il verso «quando si è sul punto di morire» potrebbe alludere a un destino di non morte per gli iniziati, attuabile tramite un sistema rituale già sperimentato in vita attraverso l'iniziazione (che è una morte rituale).

Archetipo in versi
Ma torniamo alla serie tv e alle sue ispirazioni non dichiarate. Dove potrebbe avere sentito parlare delle lamine orfiche David Goyer? Forse la risposta è semplice. Una delle lamine, rinvenuta in Tessaglia, è conservata al Paul Getty Museum di Malibù. Il Getty Museum ha un sito internet funzionale e ricco di immagini e video. Uno di questi educational (Getty Voices: Eric Branham. An orphic prayer) illustra proprio l’oggetto in questione, il cui testo è recitato da Eric Branham. Il video è facilmente reperibile on line ed è facile imbattercisi per uno sceneggiatore in cerca di ispirazione sui misteri antichi. Lo stesso David Goyer, in un’intervista, afferma di essersi documentato anche visitando il British Museum a Londra: facciamo notare che in questo museo, oltre a dipinti di Leonardo, è conservata un’altra lamina aurea, quella rinvenuta a Petelia, in un contesto sconosciuto, e segnalata dal 1834. Come abbiamo detto, nella fiction la formula «sono figlio della Terra e del Cielo Stellato» è una sorta di password di riconoscimento e così doveva essere anche in passato: un symbolon che, in greco antico, era proprio un oggetto materiale e poi, per traslazione, una frase, un segno che permetteva l'identificazione, il ricongiungimento. Il misterioso Turco la pronuncia a Leonardo, qualificandosi come esponente di una setta misteriosa, "I figli di Mithra". In un altro passaggio narrativo, un ebreo condannato a morte per impiccagione la ripete al momento della sua esecuzione. Gli autori della fiction collegano dunque l’uso di questa formula a un circolo iniziatico, che sarebbe sopravvissuto fino al Rinascimento e oltre. David Goyer ha affermato: «I Figli di Mithra esistono ancora. Non so se Da Vinci fu un loro membro, ma certamente avrebbe potuto essere al corrente della loro esistenza». Inutile dire che, in antico, non esistono attestazioni di questo nome, né risulta l’esistenza di questa setta nei secoli successivi. Sono esistiti naturalmente i misteri di Mithra e gli iniziati a questo culto, famosissimo e diffusissimo nella Roma imperiale e protocristiana, al punto che i primi Cristiani ne utilizzarono formule rituali e festività adattandole al nuovo credo (il dies natalis del dio Mithra divenne il Natale di Gesù Cristo, come è noto). Non risulta che i devoti del dio utilizzassero la formula delle lamine auree. Mentre è ancora dibattuto il problema su chi fossero e quale culto praticassero gli iniziati possessori delle tavolette. La fantasia del creatore della serie ha dunque combinato, in un suggestivo patchwork, elementi diversi e di contesti differenti. A fini narrativi, era indispensabile “dare un nome” alla setta che, dietro le quinte, si adopera per indirizzare le azioni di Leonardo. Il tutto sullo sfondo di una lotta tra i Figli di Mithra e lo Stato Pontificio per il possesso del perduto “Libro delle lamine”. Gli elementi archetipici ci sono tutti e sono stati combinati in maniera originale e, a suo modo, raffinata (David Goyer ha affermato di avere letto, per l’occasione, i saggi del grande mitologo Joseph Campbell). Torniamo alla realtà storica: è esistito un “libro delle lamine”? Quasi sicuramente la risposta è negativa, se lo intendiamo come l’oggetto che compare nella fiction: un codice illustrato che raccoglie i testi delle lamine, scritto in una lingua cangiante e misteriosa. Un frammento di questo libro compare, conservato in una teca, negli archivi segreti del Vaticano, in una suggestiva sequenza che vede protagonisti Leonardo e il papa Sisto IV: Leonardo si avvicina alla pagina e si rende conto che i caratteri con cui è scritta mutano sotto i suoi occhi. Dunque, i veri iniziati di cui parlano le lamine giunte fino a noi da dove hanno tratto la loro dottrina? Vale la pena di ricordare che il quadro della religione greca era più articolato di quanto si riesca a immaginare e meno istituzionalizzato di quanto noi, imbevuti di culture monoteiste, possiamo ritenere. Quella greca non era una religione “del libro”. Nonostante ciò, in Grecia circolavano testi sacri di vario tipo. E tutto lascia pensare che, all’origine dei testi incisi nelle lamine, ci fosse un archetipo, uno scritto da cui furono tratti, replicati e adattati i versi e le disposizioni rituali in esse contenute. Si è supposta una trasmissione orale di questi versi, sul modello dei “centoni” derivati dai poemi omerici, avvenuta grazie a figure di “sapienti” itineranti, purificatori di comunità e città, attestati in antico e di cui Platone ci lascia un ritratto ironico e denigratorio. Questo testo originario era probabilmente uno hieros logos, per usare un termine greco, un “discorso sacro”, di carattere teologico, che doveva contenere la narrazione di una catabasi, o discesa agli Inferi. Il modello più antico è quello della Nekya omerica, il viaggio che Odisseo intraprende nell’Ade grazie alle istruzioni di Circe. E, in effetti, nel testo della lamina di Hipponion, dal punto di vista lessicale e stilistico, ci sono vari riferimenti all’Odissea, con l’utilizzo di termini “rifunzionalizzati” e adattati ad un linguaggio misterico. Il poema, la Katabasis es Haidou, narrava probabilmente il viaggio intrapreso da Orfeo, mitico cantore e fondatore di riti misterici, per recuperare dall’Ade la propria sposa Euridice. Storici e commentatori antichi collegavano la fioritura di scritti “orfici” al filosofo Pitagora e alla sua cerchia. Epigene, un grammatico del III-II secolo a.C., in un’opera intitolata Sulla poesia di Orfeo, interpretava la simbologia orfica attribuendo la Katabasis es Haidou a uno sconosciuto allievo di Pitagora, Cercope. Ma già nel V secolo a.C., Ione di Chio, poeta e tragediografo, nella sua opera I Triagmi, affermava che Pitagora avesse composto alcuni scritti attribuendoli a Orfeo. Ieronimo di Rodi, allievo di Aristotele, narra della discesa agli inferi di Pitagora, il quale avrebbe visto le anime di Esiodo e Omero punite con atroci supplizi per le loro narrazioni riguardo agli dei.

Catabasi e iniziazione
Esisteva dunque un filone letterario che connetteva, a volte parodiandolo, Pitagora al tema della discesa gli Inferi e il pitagorismo all’origine della circolazione di scritti orfici. A mio avviso, è probabile che ci fosse uno stretto legame tra il pitagorismo delle origini e pratiche misteriche, che prevedevano una “catabasi” o reclusione in camere sotterranee: una replica rituale della discesa agli inferi. Un grande studioso come Pugliese Carratelli, soprattutto nell’ultima fase della sua attività scientifica, riteneva che l’Orfismo fosse la “religione dei Pitagorici” e che le laminette “di Mnemosyne” fossero il prodotto di questo incontro tra orfismo e pitagorismo. Chi scrive preferisce mantenere una posizione più aperta, soprattutto di fronte all’uso di termini generalizzanti e non bene definibili come “orfismo” e “pitagorismo”. Resta il fatto che Mnemosyne, la memoria, era fondamentale nella dottrina pitagorica e sembra esserlo anche nelle nostre lamine: grazie a Mnemosyne l’iniziato “ricorda” le sue origini mistiche e celesti e può superare lo sbarramento di guardiani dell’Ade e accedere alla “sacra via”. In ogni caso, le fonti antiche, pur mantenendo il riserbo nei confronti dei contenuti delle pratiche misteriche, accennano a “testi sacri” utilizzati in queste pratiche: Erodoto (Storie, 2, 81, 1) parla chiaramente di un “discorso o racconto sacro” in riferimento a «pratiche orfiche e bacchiche, che sono in realtà egiziane e pitagoriche». Questo testo “fondativo”, scritto non più tardi del V secolo prima di Cristo, doveva contenere il racconto paradigmatico della discesa agli inferi di un personaggio eccezionale, eroe o sapiente fondatore delle iniziazioni e le istruzioni rituali per affrontare questo viaggio. All'origine, dunque, devono esserci stati uno o più poemi, che sono stati utilizzati dagli iniziati, sia nei loro riti che riproducevano le catabasi, sia nella composizione dei testi destinati all’ultimo “viaggio”, alla iniziazione definitiva che si concludeva con l’immortalizzazione. Ma riguardo al tragitto di trasmissione, nel tempo, del “discorso sacro”, possiamo solo fare congetture. È interessante però notare che, in qualche modo, il nostro libro debba essere arrivato almeno fino al III secolo dopo Cristo, quando una iniziata di nome Caecilia Secundina si fa seppellire, a Roma, insieme a una lamina d’oro che ne riporta (caso unico, finora) il nome per esteso: in questa lamina la dea Mnemosyne (o Persefone) proclama che la donna è legittimamente divenuta una dea, grazie al “dono di Mnemosyne”. Possiamo immaginare che il libro misterioso possa essere sopravvissuto all’avvento del Cristianesimo e al Medioevo, come si lascia intendere nella fiction su Leonardo? Difficile dirlo; ma, se non possiamo affermare che abbia continuato a circolare come testo integro e integrale, alcuni indizi ci fanno guardare all’Egitto e al Medio Oriente come ambienti in cui queste dottrine misteriche possano essere state tramandate, defluendo poi nel crogiuolo di culti banalmente definiti “sincretistici”, della tarda antichità, nelle dottrine gnostiche e nel calderone da cui prese forma l’alchimia, attraverso il mondo iranico e arabo. I papiri cosiddetti “magici”, rinvenuti in Egitto e datati tra il II e il V secolo d.C., contengono proprio formule di immortalizzazione, che sono accostabili a quelle che ci pare di intravedere nei criptici versi delle lamine. E, dunque, la fantasia creativa di Goyer, che vede una setta turco-siriana come depositaria di questi segreti e lo stesso Leonardo come protagonista di un viaggio in Giordania sulle tracce di questa sapienza nascosta, può avere colto nel segno, non tanto della realtà di un viaggio del Da Vinci in Medio Oriente, quanto nell’avere indicato in questa zona una possibile area di sopravvivenza, trasmissione e rielaborazione delle dottrine misteriche greche, poi tornate in Occidente quando, in epoca rinascimentale, la diaspora di testi e sapienti da Bisanzio riaprirono le porte della civiltà greca all’Italia e all’Europa.

Sulla reincarnazione
Ma, per chiudere, proviamo a fare un passo ulteriore, cercando un aggancio storico con la Firenze in cui visse Leonardo. Poteva esistere a quel tempo (ed essere conosciuto dal nostro artista) un testo iniziatico/ermetico paragonabile al “libro delle lamine”? Goyer afferma che un’altra delle fonti di ispirazione per l’idea del “libro delle lamine” è stata il Manoscritto Voynich, vero e proprio rompicapo filologico: un manoscritto vergato in una lingua indecifrabile (forse un “codice criptato”), con illustrazioni di tipo botanico e controverso quanto a datazione (l’analisi al radiocarbonio, anch’essa contestata, ha permesso di datare le pergamene in un range compreso tra il 1404 e il 1438). Come che sia, all’epoca di Leonardo fiorivano, a Firenze, le ricerche di pensatori come Pico della Mirandola e Marsilio Ficino, imbevute di cultura alchemico - ermetica e di erudizione volta al recupero del pensiero e della filosofia classica greca (ma anche della tradizione misterica e sapienziale antica). Il clima culturale, soprattutto quello dei circoli accademici e delle élites intellettuali vicine alla corte dei Medici, era aperto alla circolazione di teorie eterodosse rispetto alla dottrina della Chiesa, come quella sulla trasmigrazione delle anime (la metempsicosi). In questo clima si inserisce la vicenda di Matteo Palmieri, uomo politico fiorentino di rango (ambasciatore presso Alfonso di Aragona e presso il Vaticano), ma anche intellettuale e scrittore, morto nel 1475. Palmieri fu l’autore di un poema, La città di vita, un’opera a sfondo esoterico e allegorico, che si ispirava a un modello letterario incontestato, la narrazione della più famosa catabasi della civiltà occidentale: la Commedia di Dante Alighieri. Il poema del Palmieri, scritto in terzine dantesche, raccontava, come il suo capostipite, un viaggio nei regni oltremondani, ma, a differenza di questo, era imbevuto di dottrine ermetiche legate alla reincarnazione delle anime e alla preesistenza delle anime stesse rispetto ai corpi in cui si sarebbero incarnate. Un contenuto pericoloso, ben accetto e tollerato nella Firenze medicea ed evidentemente destinato alla fruizione in circoli “esoterici”, ma che attirò le ire, la censura e la scomunica della Chiesa. È una mera suggestione, ma La città di vita può ben essere un corrispettivo “reale” del “Libro delle lamine” protagonista della fiction e, dunque, uno dei testi che raccoglie idealmente l’eredità dello sconosciuto Hieros logos, attribuito già dalle fonti antiche a Pitagora. Un libro concepito e pubblicato nella Firenze del Quattrocento, che narra una discesa agli inferi inserita in un contesto dottrinale ispirato alla reincarnazione, sicuramente influenzato dalla filosofia platonica e neoplatonica, ma, alle radici, continuatore di quella tradizione misterica che affiora nelle lamine “storiche” che abbiamo esaminato. È verosimile dunque che Leonardo Da Vinci conoscesse e abbia avuto a che fare con gli ambienti filosofici e culturali che hanno prodotto opere come La città di vita. La storia “sotterranea” del Rinascimento è ancora tutta da indagare.

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4 Anni 3 Mesi fa #36037 da Bastion
IL SACRO CERCHIO DEL COSMO NELLA VISIONE OLISTICO – BIOCENTRICA DEI NATIVI AMERICANI
Articolo tratto da axismundi.blog/2015/12/28/il-sacro-cerch...ei-nativi-americani/

Per millenni, gli indiani d’America hanno considerato la terra come una chiesa, le mesas come altari, tutto il creato come pervaso da sacre forze vitali, in un cerchio universale di eguali, gli uni correlati agli altri in un equilibrio vitale. 200 L’habitat rappresenta il palcoscenico su cui si esibiscono il regno degli spiriti e il mondo fisico. Le piante, le forze della natura, gli astri celesti, gli esseri umani, le erbe che curano e consentono le visioni, fanno tutti parte di un “sistema a conduzione familiare”, 201 in cui tutti sono parenti, “tutti egualmente figli della Grande Madre Terra”. Il cerchio dell’universo nativo contiene in un tutt’uno inscindibile l’intero mondo esistente, fisico e spirituale. Grazie a quanto abbiamo detto in precedenza sull’importanza della c.d. legge di reciprocità nella filosofia tradizionale nativa, non è difficile comprendere che sia proprio tale principio a fare da fondamento a questa particolare visione olistica del cosmo come organismo unico composto da una moltitudine di parti interconnesse ed interdipendenti le une dalle altre.
Il rapporto che i nativi hanno con la fauna e la flora è, innanzitutto, di conoscenza e rispetto 202 — “In questa parola, rispetto, c’è tutta la nostra legge” affermò il grande sciamano Lakota Frank Fools Crow. Questa visione del mondo è determinata non solo da ragioni di sopravvivenza e di gestione delle risorse naturali, ma soprattutto da sentite implicazioni e credenze spirituali e religiose. A ciò si collega strettamente quanto abbiamo detto a proposito del principio di sussistenza, che non è — come abbiamo visto in precedenza 203 — da intendersi come “ciò che è necessario alla comunità in termini puramente materialistici-economici” ma piuttosto come “ciò che è necessario affinché l’ordine del cosmo venga mantenuto intatto”; solo con queste premesse, a parere dei nativi, è possibile costituire la comunità e le relazioni sociali che la reggono, in modo duraturo. Ogni segmento della vita del grande cerchio relazionale del cosmo è collegato agli altri in maniera equilibrata ed armoniosa e senza gerarchie di valori: un minuscolo filo d’erba non vale meno di un alce, di un essere umano o di una roccia, perché — secondo un detto nativo — “Dio dorme anche nella pietra”. La Terra stessa è considerata come un essere vivente, una Madre dal cui organismo tutte le creature nascono e traggono nutrimento. Ne consegue che tutte le creature viventi, gli alberi e le piante e persino le pietre e le rocce sono considerati dai nativi come fratelli nati dalla stessa Madre Terra, anch’essi concepiti nella mente del Grande Spirito, considerato la Sorgente Creatrice di tutto ciò che esiste.

Il Capo Luther Standing Bear afferma: 204
Il vecchio Lakota era saggio. Sapeva che se il cuore dell’uomo si stacca dalla Natura diventa crudele. Sapeva che la mancanza di rispetto per le cose che crescono e vivono avrebbe presto condotto a mancare di rispetto anche agli esseri umani. Per questo i giovani erano tenuti a contatto con la dolce influenza degli anziani.

La natura della mente dell’uomo nativo si potrebbe a ragione definire olistico-globale, a indicare la sua capacità di immedesimarsi in globalità complesse e di mantenere queste strutture e le loro complessità in equilibrio dinamico. Nella loro concezione biocentrica non è l’uomo al centro dell’universo, come nella Weltanschauung antropocentrica occidentale: questi è considerato solo uno dei tanti esseri viventi tra gli altri e non padrone o signore della Terra.
La studiosa Paula Gunn Allen chiarisce che: 205

Nel mondo indiano non esiste la concezione secondo cui l’essere sarebbe distribuito lungo una scala gerarchico-verticale, con la terra e gli alberi collocati sui gradini più bassi, gli animali un po’ più in alto e l’uomo, soprattutto quello civilizzato, in cima. Tutte le cose sono considerate piuttosto come sorelle o parenti… tutte sono figlie del Grande Mistero e della Madre Terra, e membri indispensabili di una globalità ordinata, equilibrata e vitale. Questo concetto viene applicato sia agli aspetti soprannaturali sia ai fenomeni visibili dell’universo. Il pensiero nativo americano non opera nessuna distinzione dualistica, né traccia linee categoriche di separazione tra ciò che è considerato materiale e ciò che è spirituale, poiché entrambi sono visti e concepiti come espressioni della stessa realtà.

Una simile visione del cosmo, in verità, non è prerogativa dei soli popoli cosiddetti “indigeni”: Lauretano fa notare come essa si ritrovi anche nella storia della filosofia occidentale, con la denominazione di ilozoismo. Si tratta di una corrente di pensiero che inizia con i filosofi presocratici, continua con gli Stoici e viene seguita anche dai filosofi naturalisti del Rinascimento fino a Spinoza. Secondo gli ilozoisti esiste un’omogeneità cosmica: tutto è animato, tutto è in movimento, tutto è dotato di sensibilità, tutto è vivente. Il divino è dappertutto, diffuso e pervasivo: potremmo ben dire che “il mondo è pieno di dei”. 206
Abbiamo visto che il cerchio relazionale dell’universo viene vissuto dai nativi in un senso di spazio globale, cosmico, senza distinzioni, senza tempi lineari-cronologici e senza alcuna gerarchia e priorità all’interno dei vari segmenti del creato. Ciò mette in risalto la differenza tra la concezione circolare nativa e quella lineare occidentale, cioè l’antinomia tra il cerchio e la linea retta, tra lo spazio e il tempo, tra il biocentrismo e l’antropocentrismo. Alla concezione gerarchico-verticale della linea retta degli occidentali — la vita dell’individuo non è che un punto, distinto dagli altri, anche per ruolo ed importanza, posto su una linea infinita di progresso e di sviluppo che percorre le varie fasi del tempo storico — essi oppongono quella ciclica e globale, circolare, simboleggiata dalla rotondità del Sacred Hoop, il sacro cerchio dell’universo che tutto contiene.
L’uomo bianco era dell’opinione, e lo è ancora, che tutto deve avere un inizio e una fine, un principio e una conclusione. I nativi americani invece, non notando linee rette in natura, non percepivano inizi e fini, ma solo cambiamenti in un continuo processo evolutivo. Il cerchio per gli indiani d’America è sacro perché indica una via di comprensione: fornisce un mezzo per capire il cosmo, i misteri della vita e della morte. 207 Si può quindi ben dire che il cerchio è l’emblema dell’indianità ed è alla base di molte culture indigene e arcaiche; e poiché rappresenta la totalità dell’esistenza e l’intero cosmo, assume un carattere multidimensionale — fisico, spirituale-religioso, filosofico, mitico, relazionale — dal momento che accoglie dentro di sé materia e spirito, naturale e sovrannaturale, cose animate e inanimate, sogno e realtà, mondo animale vegetale minerale ed umano, e così via. Il cerchio esprime in maniera compiuta la visione che i nativi hanno della creazione, della vita e della morte, della natura, del cosmo, delle relazioni e correlazioni esistenti, del fluire circolare del tempo, poiché tutto è disposto e si muove in circolo e mostra quei valori di unità, di compattezza, di uguaglianza nella diversità, che il cerchio stesso suggerisce. Il cerchio, secondo Ludovici, è “il modello di relazioni interpersonali che combina uguaglianza e diversità”. 208
L’intera civilizzazione indiana fu costruita partendo dallo studio dell’ambiente che segue modelli circolari e ciclici: tutte le cose in natura si presentano in forma di cerchio. 209 L’uomo osserva il mondo fisico attraverso l’occhio, che è rotondo; la Terra è rotonda, così come lo sono il Sole, la Luna ed i pianeti; il sorgere e il tramontare del Sole segue un movimento circolare. Le stagioni formano un cerchio; gli uccelli costruiscono i loro nidi circolari; gli animali marcano il proprio territorio in cerchi. 210 Certamente per il nativo americano l’intera vita sembrava svolgersi secondo schemi circolari. Da qui l’utilizzo della forma circolare in qualsivoglia aspetto della vita comunitaria nativa, dalla costruzione del tapee rigorosamente a base circolare fino alla decisione di risolvere i propri conflitti interni con la tecnica del cosiddetto sentencing circle. 211
Il filosofo Bruno Lauretano suggerisce di usare, anziché il termine “ambiente”, quello più peculiare di “circostanza”, da intendere come “lo spazio che ci circonda, non lo spazio vuoto, ma quello abitato, popolato da esseri molteplici”. 212 Per circostanza, dunque, non si deve intendere soltanto l’ambiente inteso in senso paesaggistico o naturalistico, che faccia riferimento unicamente alla dimensione spaziale: la nozione, oltre a quella spaziale, include anche la dimensione temporale. Circostanza è, dunque, “l’insieme di appartenenza” e richiama l’idea di “coabitazione, coappartenenza, comunanza di destino, condivisione”. 213  Conseguentemente, ogni essere è necessariamente circostanziale, legato alle situazione e alle circostanze della sua esistenza in cui si viene a trovare: l’esistenza di ognuno non è separata e indipendente dalla circostanza, ma relazionale e reticolare. L’universo stesso è reticolare, costituito da una fitta rete di interdipendenze e di connessioni.
Al contrario, per l’uomo occidentale il quadrato rappresenta quello che per i nativi rappresenta il cerchio: sono quadrate le case in cui vive, le stanze, le porte che lo separavano dagli altri membri della famiglia, il televisore, il computer, le banconote, e via dicendo. È come se la vita dell’uomo bianco fosse formata da una serie di scatole, inserite l’una dentro l’altra e solo occasionalmente in connessione tra loro. A ciò segue la frammentazione dell’individualità dell’uomo bianco, che nel corso della sua vita si trova ora a rappresentare un ruolo, ora un altro, e che raramente o solo di sfuggita riesce a connettersi con il proprio “centro” (il Self junghiano). Inoltre, se un tempo anche le popolazioni europee fondavano la propria esistenza sui cicli della natura — si pensi alle cerimonie solstiziali ed equinoziali che hanno caratterizzato per millenni le antiche civiltà cosiddette pagane — e quindi vivevano anch’esse in armonia con il sacro cerchio dell’universo, appare oggi evidente come tale visione sia pressoché scomparsa: il tempo sacro è stato sostituito dal tempo storico, il cerchio dalla linea retta del progresso, la comunione con tutto ciò che nasce e cresce in natura dallo sfruttamento selvaggio ai soli fini del guadagno.

Note:
200 Quando, negli Stati Uniti, la Peabody Coal Company diede il via allo sfruttamento della sacra Black Mesa, gli Hopi intentarono causa presso il tribunale federale di Washington, accusando la corporazione con queste parole:
“Sventrare la Black Mesa con il processo noto come miniera a cielo aperto è una profanazione, un sacrilegio, un atto contrario alle istruzioni del Grande Spirito. [Queste terre] sono il centro spirituale dell’universo. Le profezie dicono che se [queste] terre verranno rovinate, il mondo finirà”. (S. Steiner 1976, p. 22).
201 N. Minnella 1998, p. 25.
202 G. Gibson MacDonald, J.B. Zoe e T. Satterfield 2013, p. 58.
203 Si veda capitolo 1, paragrafo 8.
204 K. Meadows 1990, p. 18.
205 P. Gunn Allen 1979, pp. 222-239.
206 B. Lauretano 2004, p. 16.
207 K. Meadows 2013, p. 44:
“Il cerchio era sacro agli Amerindiani perché indicava una Via di Comprensione. Forniva un mezzo per capire il Cosmo, i misteri della vita e della morte, la mente e l’individualità dell’Io. Con il cerchio lo sciamano amerindiano poteva mostrare come funzionava il Cosmo, come le leggi della Natura e del Cosmo governavano tutti gli esseri viventi, come scoprire la relazione fra l’uomo e le altre forme di vita sul Pianeta e come entrare in armonia con la Natura, con il Grande Spirito e con il proprio Spirito.”
208 N. Minnella, cit. 1998, p. 27.
209 È curioso notare come nella radice latina del termine “ambiente” vi sia l’idea di circolarità del territorio — ambitus in latino significa “cerchio, giro, ambito, circolo”.
210 K. Meadows 2013, p. 52.
211 Si veda capitolo 2, paragrafo 10.
212 B. Lauretano, cit. 2004, p. 17.
213 Ibidem.

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4 Anni 2 Mesi fa #36329 da Bastion
MUSICA, ERMETISMO E PROGRAMMAZIONE NEUROSONICA
Articolo di Riccardo Tristano Tuis

La musica è stata spesso usata nei contesti più disparati, ma sempre con l’intento di creare un maggior impatto emotivo nell’individuo. Da millenni è impiegata nelle parate e in guerra per intimorire il nemico; gli scozzesi usavano le cornamuse, altri eserciti europei preferivano invece i tamburi, mentre i Confederati nella Guerra civile americana usavano i banjo. Ma anche ai giorni nostri l’esercito americano e quello francese impiegano frequenze soniche sotto la soglia udibile umana (gli infrasuoni), come nelle più micidiali armi belliche in grado di sgretolare corpi umani, carri armati ed edifici. Tra i moderni scienziati che studiarono il potere disgregante delle vibrazioni non si può non citare il genio serbo Nikola Tesla, con il suo raggio della morte. In ambito mediatico la musica esercita un ruolo imperante per la sua funzione di sublimazione dell’immagine, spot pubblicitari, colonne sonore nei film o nelle serie televisive sono oramai parte integrante della vendita dell’immagine. Senza le colonne sonore i film non avrebbero l’impatto emotivo che hanno e anche la televisione si vedrebbe alquanto spogliata di pathos senza il supporto sonico nei suoi programmi. Suoni, armonie o melodie potenziano l’immagine a tal punto da predisporre lo spettatore a diversi stati d’animo, ma se in alcune sue sfumature l’impiego della musica è propositivo, in molte altre è finalizzato solamente a un mero atto di marketing o per pilotare l’emozionalità umana.

La scienza dei suoni
I pitagorici e gli ermetici probabilmente inorridirebbero se vedessero come l’uomo del XXI secolo mercifica la scienza dei suoni, relegata al ruolo di arte, poiché furono tra i primi a comprendere la natura più eccelsa della musica e delle sue potenzialità. Essi avevano capito come musica e numero fossero due aspetti di un'unica cosa. La corrispondenza tra frequenze musicali, umori e stati mentali fu studiata proprio in queste scuole di gnosi. Il principio della risonanza simpatetica, ove se due corde sono regolate sulla stessa frequenza, nel momento in cui una viene pizzicata l’altra vibra con la medesima risonanza, mostrava loro come il simile influenza il simile. Questo principio fu interpretato come un’invisibile relazione tra tutte le cose, poiché tutte le cose hanno rapporti di corrispondenza, perfino in ciò che apparentemente l’uomo interpreta come disarmonico. Questo equilibrio e principio di corrispondenza in tempi moderni è stato esaminato dalla Teoria del caos e il cosiddetto Effetto farfalla è un recupero dell’ultima ora della scienza nei confronti degli studi ermetici. Il principio di risonanza simpatetica è anche ribadito nella cosiddetta legge di attrazione, ove si espone come una specifica emissione di pensiero conscio o inconscio, per risonanza simpatetica, influenzerà corrispondentemente la nostra realtà. Le ricerche della Neurosonic Programming prendono in considerazione questi concetti, gli studi sulla volontà umana e la risonanza (neurale) tra due o più cervelli, facendo propria l’equazione in cui maggiore è la nostra risonanza con ciò che si vuole raggiungere e maggiori saranno i potenziali risultati. Ma come si aumenta e come si misura questa risonanza simpatetica tra la nostra volontà e l’obiettivo che vogliamo raggiungere? Il concetto di misura è prettamente umano ed è un nostro modo di simbolizzare una presunta quantità presente in un fenomeno. Questa quantità in grado di influire nella nostra realtà è il pensiero stesso dell’operatore, che si manifesta sottoforma di volontà, atteggiamenti, idee, ecc. Il pensiero stesso è il grande architetto con cui costruiamo l’architettura della realtà, influenzando sia l’ambiente sia il nostro DNA. La risonanza simpatetica del pensiero con l’obiettivo può essere misurata e nelle neuroscienze questa misura è quantificata in coerenza neurale (sincronia dei network neurali), individuata in alcune specifiche aree cerebrali, in primis la corteccia prefrontale. Tale coerenza è spesso definita come sincronizzazione biemisferica, in cui la nostra neocorteccia lavora in maniera sincronica tra l’emisfero destro e il sinistro. L’emisfero sinistro, deputato alla logica e ai processi linguistici, rappresenta l’aspetto maschile del nostro cervello, mentre quello destro, preposto all’intuizione, alla sintesi e all’emozionalità, rappresenta l’aspetto femminile. Sincronizzare questi due emisferi polarizzati, la cosiddetta coniugatio oppositorum, equilibra la nostra forma mentis e il nostro modus operandi, integrando modelli diversi di computazione e percezione, che ci espandono come individui ricchi di potenzialità. La Neurosonic Programming è una moderna neuro-tecnologia basata sui principi ermetico-pitagorici, che impiega una distinta matematica, la cosiddetta matematica dell’8, con cui intonare e accordare le onde acustiche. Tali onde, per effetto di risonanza, stimoleranno specifici stati neurali a più alta coerenza, proprio perché l’8 e i suoi multipli sono numeri presenti in alcuni processi metabolici, tra cui la sincronizzazione biemisferica e la duplicazione cellulare. La programmazione neurosonica vuole essere dunque un mezzo per aiutarci ad aumentare questa risonanza o sincronizzazione biemisferica e così potenziare la nostra attenzione e volontà nel raggiungimento dei nostri obiettivi. Alcuni specifici suoni possono influenzarci nel cambiare lo stato di coscienza, proprio perché il nostro cervello vibra anche sulla banda di frequenza sonica. I suoni possono essere visti come codici informatici numerici, che entrano in risonanza con il nostro “computer portatile” che chiamiamo cervello, influenzando così i processi computazionali, emozionali e metabolici.

Guarigione con il suono
Già Pitagora e la sua scuola e poi gli ermetici alessandrini si resero conto che toni e armoniche corrispondono a numeri fissi e che le proporzioni delle scale sono basate sul numero. Pitagora, il suo discepolo Filolao, Platone e gli ermetici alessandrini e rinascimentali fecero propria la filosofia di accordare il microcosmo umano al macrocosmo. Gli ermetici rinascimentali, oltre a gettare le fondamenta del Rinascimento, in opposizione al culto oscurantista e sanguinario della Chiesa, riportarono in vita la musica accompagnata da poesia o la musica cantata per sollevare l’animo e curare lo spirito dell’ascoltatore, facendo così rinascere l’arte musico-terapica, pratica in precedenza in uso nelle scuole pitagoriche. Donington nei suoi scritti ha affermato come l’importanza della parola nella musica sarà ripresa in Occidente con i poeti ermetici della Pléiade nella Francia del XVI secolo, in cui si diede origine al dramma sacro musicale, a sua volta sviluppato in seguito nel madrigale, nel melodramma, nella masques e nell’opera. Nel periodo storico dell’Ottocento, in cui scienza positivista e religione alienavano sempre di più l’uomo dalla sua reale essenza, la visione ermetica fu debolmente ripresa dal simbolismo francese; poeti come Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé, scrittori come Yeats, Joice, Mann e musicisti come Debussy la ripresentarono al pubblico come la via di mezzo per far nuovamente comunicare l’uomo con la propria anima. Durante la piena fioritura del Rinascimento la magia ermetica, forse influenzata dagli inni orfici, prevedeva uno studio in cui con i suoni di specifiche parole, emesse dalla voce con una particolare intonazione, timbro e cadenza e accompagnate da precisi toni e accordi fatti per creare una melodia, se ben integrati con una rigorosa matematica, si potevano creare dei talismani invocativi, in grado di modificare la realtà da parte del magus che li intonava. Tale pratica è stata adottata anche dagli sciamani lapponi per curare le persone. Ai giorni nostri questi affascinanti studi si ripresentano in una nuova veste, attraverso specifiche tecniche della programmazione neurolinguistica e della programmazione neurosonica. L’elemento della manipolazione si presenta in molteplici livelli, ma è l’elemento della coscienza dell’operatore il fulcro della “magia” e dell’Arte del cambiamento o della guarigione. La Programmazione Neurolinguistica e molti metodi o Scuole per lo sviluppo del potenziale umano utilizzano elementi presenti in corpus di conoscenze antiche, che spesso sono state banalmente generalizzate con il termine di Magia naturale (che è ben distinta dall’attuale magia da palcoscenico), basti pensare all’impiego di tecniche di ipnosi o di concentrazione dello sguardo nel punto mediano delle sopracciglia del soggetto, fino alla pratica del calco (la ripetizione di gesti della persona che ci sta di fronte, per creare un rapporto con essa) o alla visualizzazione. La tecnica Walk in the dark utilizzata nella Neurosonic Programming è una sorta di opera talismanica ermetica (il termine talismano deriva dal greco telesma, che significa “completamento” e può essere un oggetto, un’idea, ecc. che porta un elemento finale a un processo), che si serve della neurochimica dei nostri cervelli, stimolati sia dal buio sia dalle frequenze acustiche, e dell’utilizzo di specifiche affermazioni, atte a disattivare i programmi inconsci indesiderati o potenziare tratti della nostra persona. Un talismano non necessariamente possiede proprietà esclusive, la magia risiede nelle nostre menti, che credono al potere del talismano o di un rituale e dalle nostre menti facciamo accadere ciò che è da noi voluto. In base all’intento dell’operatore, la riprogrammazione neurale può essere vista come una sorta di modellamento di un diverso livello del reale, attraverso la manipolazione cosciente dell’operatore, che deve entrare in risonanza simpatetica con una nuova realtà personale. La moderna riprogrammazione neurale consapevole è una sorta di rivisitazione tecnologica del talismano rinascimentale, in cui un’affermazione di intento data in uno stato di coscienza a più alto ordine di coerenza neurale nei confronti della realtà vigente, per risonanza simpatetica, l’ambiente ne risponde sottoforma di sincronie ed eventi attinenti ai desideri del magus-operatore, modificando la realtà stessa attraverso i nuovi potenziali richiesti.

Alchimia e architettura
Per l’ermetico Pico della Mirandola tale orazione era uno dei modi con cui l’uomo poteva modellare la realtà, per avere piena responsabilità del proprio destino. Questo pensiero presente nelle scuole di antica saggezza afferma che noi siamo gli artefici del nostro destino e ciò è diventato il leitmotiv di una miriade di divulgatori del cosiddetto self improving, o sedicenti channeler che hanno ripreso questi insegnamenti spacciandoli per propri. Anche l’esoterismo francese di fin de siècle s’interessò a questo fenomeno e nel suo Contribution à l’égyptologie Isha Schwaller affermò: «Il bastone è un ramo di legno attraverso il quale ha circolato la linfa – la forma del vegetale. Allo stesso modo, la parola conserva la forma ma non la vita; questa vita gli sarà resa dall’intonazione, dalla voce. La parola è l’espressione udibile del Verbo Ideale… ». Nel Medioevo questi studi ermetici furono ripresi pure dalla Chiesa sottoforma di canto gregoriano. L’addestramento a questo canto divenne alquanto difficile, soprattutto per ciò che concerneva il controllo del respiro, creandosi così una sorta di parallelismo con alcune discipline orientali, basate sulle tecniche del respiro. Moderne ricerche hanno portato alla scoperta che il canto gregoriano è in grado di produrre effetti benefici fisiologici e psicologici e che i monaci, se privati della possibilità di cantare, tendono a essere sopraffatti dalla fatica e dalla stanchezza. Alla musica non erano interessati solo ermetici come Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e Leonardo da Vinci, ma anche diversi alchimisti, tra cui Thomas Norton, che in Ordinall of Alchimy, pubblicato nel 1477, scrisse: «Congiungi in musica i tuoi elementi a due fini, uno è la melodia: di quali armonie darà la tua mente, il vero effetto allora comprenderai. Con le altre armonie della musica, con le proporzioni che creano armonia, simili alle proporzioni in Alchimia (…)». Alchimia e musica furono un connubio perseguito nei secoli. In un testo rosacrociano del 1609, ad esempio, si rappresenta un alchimista in preghiera davanti ad un pentagramma, nella raffigurazione compaiono diversi strumenti a corda, sopra un tavolo che porta inciso un motto in latino: «La sacra musica disperde la tristezza e gli spiriti maligni.» La musica ebbe un’altra grande corrispondenza con l’architettura. Francesco Giorgi, frate cabalista, impiegò la musica per la progettazione architettonica e la chiesa costruita su suo progetto a Venezia fu concepita sulle proporzioni musicali. Il Giorgi soleva spesso chiamare Dio con il termine di Archimusico. Leon Battista Alberti, architetto, matematico, musicista e molto altro ancora, scrisse un libro per collegare l’architettura alla musica e citando Pitagora scrisse: «I numeri, attraverso i quali l’accordo dei suoni colpisce piacevolmente le nostre orecchie, sono gli stessi che riescono graditi ai nostri occhi e alle nostre menti (…). Dobbiamo quindi prendere in prestito le regole di armonica relazione dai musicisti, che sono esperti di questo tipo di numero». Anche un altro grande architetto come Andrea Palladio fu ispirato dalle proporzioni musicali e dalla proporzione aurea nella progettazione delle sue opere che influenzarono l’intera Europa e il suo stile è ben rappresentato anche oltre Europa, basti pensare alla Casa Bianca, residenza del presidente degli Stati Uniti, che è un chiaro esempio dello stile palladiano. Il Palladio aveva un’opinione simile a quella di Leonardo riguardo al fatto che «le proporzioni delle voci sono armonie per le orecchie, come quelle delle misure sono armonie per gli occhi », la prospettiva nella pittura rinascimentale si rifaceva proprio al principio di progressione armonica e la proporzione armonica della pittura impiegava frequentemente la proporzione aurea, usata da molti grandi compositori del passato. Leonardo da Vinci a tale riguardo sentenziò che «La musica è sorella della pittura». Giorgio Vasari, nel suo libro Vite dei più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani, descrive Leonardo da Vinci come un abile suonatore di lira, superiore a qualunque altro abbia mai suonato alla corte di Ludovico. Leonardo, oltre che eccellente pittore, scultore e scienziato, era un abile musico, tanto che si era costruito una lira d’argento a forma di testa di cavallo. Tutti i più grandi scienziati del passato e la stessa Royal Society appartenevano alle file dell’ermetismo e/o dell’alchimia e tutti loro avevano grande considerazione di quella che ai giorni nostri è etichettata come regina delle Arti. A quei tempi, però, la musica era considerata sia un Arte sia una scienza legata alla matematica e alla geometria, pertanto ci si serviva di essa con deferenza per funzioni terapeutiche o come fonte d’ispirazione, di meditazione o per pratiche prettamente iniziatiche, tant’è che la teoria musicale proviene dalle Scuole Misteriche di matrice egizia e babilonese, di cui Pitagora fu un alto iniziato.

Musica e magnetismo
Anche il controverso quanto geniale Franz Anton Mesmer ebbe un profondo interesse per quello che la musica riusciva a dare all’ascoltatore. Mesmer, dopo aver studiato filosofia, teologia e medicina, intraprese delle ricerche con quello che allora non sapeva essere l’elettromagnetismo. Lo scienziato di fatto chiamò fluidi leggeri quelli che ora chiamiamo campi di forza elettromagnetici e magnetismo animale il biocampo. Mesmer scoprì la relazione tra magnetismo e il metabolismo umano, divenendo così il caposcuola dei moderni studi sull’elettrobiologia e dei comuni rimedi che si trovano nelle nostre farmacie, come i braccialetti di rame. Il mesmerismo fu antesignano della moderna ipnosi e i suoi studi lo portarono a essere un pioniere delle cure delle malattie mentali, che furono sviluppate successivamente da Charcot, Bernheim, Freud e Jung. Mesmer fu uno tra i primi ad apprezzare Mozart, diventandone buon amico e una delle opere giovanili del genio musicale viennese fu rappresentata proprio nella casa di Mesmer a Vienna. Mesmer, al pari dei pitagorici, era profondamente convinto dell’efficacia della musica a scopo terapeutico, postulando che il magnetismo animale potesse essere veicolato attraverso di essa. A causa dell’accanimento degli scienziati dell’epoca si ritirò nel suo paese natale e negli ultimi tredici anni della sua vita si dedicò quasi completamente alla musica come vettore terapeutico. L’amore di Mesmer, Leonardo e Pitagora per la musica fu seguito da filosofi come Hegel, Schelling, Schopenhauer e Nietzsche, che posero la musica in primo piano nei loro rispettivi sistemi filosofici. La musica non è solo un insieme di suoni che scaldano l’anima o allietano la nostra giornata, i suoni hanno “magiche” proprietà in grado di modificare i tracciati neurali, il nostro umore e la percezione che abbiamo della realtà. La Neurosonic Programming è conscia di questa “magia” e studia le frequenze e il loro rapporto in cui risiede maggiormente tale “magia”, per aiutare a trasformare l’ascoltatore in un magus durante la propria programmazione neurale. In questo breve excursus sull’intima relazione tra ermetismo, scienza e musica, chiudiamo con l’atto V della scena I del Mercante di Venezia di Shakespeare: «Nulla è mai sì refrattario, duro e furibondo, che la musica non ne muti, fluendo, la natura».

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