di Luca Del Faro (Bet17)

C’è un rumore che non compare nei grafici finanziari e che non fa vibrare i saloni di Wall Street. È un rumore antico, sordo, che non si sente finché non è troppo tardi: quello del metallo che lascia i caveau.
È lì che comincia il furto silenzioso.
Mentre il mondo inseguiva criptovalute, unicorni e nuovi record azionari, nei mercati dei metalli preziosi si scriveva un’altra storia. Una storia fatta di porte blindate che si aprono, di decisioni prese lontano dai riflettori, di operazioni che il sistema preferisce non raccontare.
Una storia fatta di silenzi, di porte blindate che si aprono, di decisioni prese lontano dai riflettori.
La storia dello scambio di metalli preziosi è antica quanto l’uomo, ma questo capitolo risale al 2008, quando Bear Stearns, una delle più grandi banche d’investimento di New York, crollava ufficialmente sotto il peso dei mutui tossici. Ufficialmente, appunto. Perché chi frequentava il COMEX – la principale borsa americana dove si scambiano contratti sui metalli preziosi – sapeva che nei suoi bilanci era già innescata una mina pronta a esplodere: una posizione a leva sull’argento talmente enorme da essere ingestibile. Quando il prezzo dell’oncia scese verso i 21 dollari, la banca non ebbe più margini per sostenere quella scommessa. Fu il colpo di grazia.
Fu in quel momento che la JP Morgan entrò in scena. L’operazione venne raccontata come un atto di eroismo finanziario, ma i numeri dicevano altro: Bear Stearns veniva rilevata a prezzi da liquidazione, JP Morgan incassava miliardi in interessi garantiti dal governo per aver “salvato” il sistema e, soprattutto, ereditava la posizione più esplosiva del mercato dei metalli preziosi. Un doppio scandalo: un salvataggio sottocosto e un jackpot sugli interessi. Ma il vero premio era invisibile, custodito nei suoi caveau.
Anni dopo, Bart Chilton, commissario della CFTC – l’ente federale che dovrebbe impedire abusi nei mercati dei derivati – raccontò ciò che aveva visto dall’interno. Quando JP Morgan rilevò Bear Stearns, avrebbe dovuto chiudere o ridurre rapidamente quella gigantesca scommessa sull’argento che aveva contribuito in modo decisivo al crollo della banca. Invece ottenne una deroga speciale, un permesso che nessun altro operatore avrebbe mai ricevuto, e che le consentiva di mantenere una posizione enorme sui derivati dell’argento.
Secondo Chilton, quella deroga non servì a smantellare il rischio, ma a consolidare il controllo del mercato. La posizione non diminuì: aumentò. E quando lui provò a spingere per un intervento formale, si trovò davanti un muro. “Decisione politica”, gli dissero. Nel 2019, ormai fuori dall’incarico, decise di parlare pubblicamente. Un mese dopo morì. Ufficialmente per un cancro già noto. Ufficiosamente… resta il dubbio: fu una confessione in punto di morte o una punizione per aver parlato?
L’anno successivo arrivò la conferma ufficiale di ciò che Chilton aveva denunciato.
Nel 2020 JP Morgan accettò di pagare 920 milioni di dollari di multa per anni di manipolazione del mercato dei derivati su oro e argento: esattamente il comportamento che lui aveva cercato di fermare. Una cifra enorme, ma irrilevante rispetto ai profitti accumulati. Il sistema trovò il suo colpevole di comodo: Michael Nowak, un anno e un giorno di carcere. Il resto rimase intatto.
Poi, nel quarto trimestre 2024, arrivò un altro segnale. Silenzioso, ma inequivocabile.
Gli Stati Uniti tornarono importatori netti di oro. Non era un titolo da prima pagina, ma per chi osserva i flussi fisici era un campanello d’allarme: quando un Paese che stampa la valuta di riserva mondiale ricomincia a comprare metallo, significa che qualcosa si sta muovendo sotto la superficie.
A gennaio 2025 arrivarono anche i primi scricchiolii nelle consegne delle barre: la Banca d’Inghilterra annunciò di “avere problemi logistici” per consegnare i metalli. Una spiegazione talmente improbabile da sembrare un messaggio in codice: i caveau si stavano svuotando.
Nel frattempo il presidente Trump firmava il GENIUS Act, una legge che obbligava ogni stablecoin ancorata al dollaro a essere garantita 1:1 da Treasury USA o asset ultra‑liquidi.
Una norma tecnica, apparentemente innocua, ma che creava una domanda sintetica e inesauribile di titoli di Stato. Più stablecoin significava più acquisti obbligati di Treasury. E gli interessi generati da quei titoli, miliardi l’anno, finivano nelle mani degli emittenti privati. Secondo alcuni analisti, proprio quei flussi potevano essere reinvestiti in oro fisico.
È in questo contesto che tutto ciò che accadde dopo assume un altro significato.
Pochi mesi dopo, Bo Hines – conosciuto come lo “zar delle cripto” alla Casa Bianca – lasciò l’incarico per diventare CEO di Tether USAT. Nel frattempo, l’emittente aveva già accumulato 435 tonnellate d’oro.
Perché un emittente di stablecoin che comprava oro prima ancora dell’entrata in vigore del GENIUS Act sentiva il bisogno di portare a bordo proprio l’uomo che aveva contribuito a scriverne l’architettura normativa?
La domanda rimaneva sospesa, come un indizio lasciato a metà.
Poi arrivò dicembre 2025, e da quel momento ignorare ciò che stava accadendo diventò impossibile. Dal COMEX – la borsa americana dei metalli, che di solito consegna pochissimo metallo fisico – cominciarono a uscire quantità che non si vedevano da mezzo secolo: decine di milioni di once d’argento e milioni di once d’oro, per totali di centinaia di tonnellate. Non contratti, non promesse digitali: barre vere, trascinate fuori dai caveau come se qualcuno avesse deciso che era il momento di portarle via. Per un mercato abituato a consegnare meno dell’un per cento dei contratti, fu come vedere un fiume invertire la corrente.
A gennaio 2026 la TD Securities – il braccio di trading della canadese TD Bank – già in perdita per milioni sui metalli, tentò l’azzardo di scommettere contro l’argento, definendo il rialzo un “devilish blow‑off top” (un picco speculativo “diabolico”). In una settimana bruciò altri seicentomila dollari.
E mentre il presente mostrava crepe sempre più evidenti, dal passato tornò una voce. Judy Shelton disse pubblicamente che Trump gli aveva confidato l’intenzione di legare al valore dell’oro i bond statunitensi il 4 luglio 2026, data simbolica: il 250º anniversario degli Stati Uniti. Titoli di Stato senza cedola, riscattabili direttamente in metallo fisico. Non era un progetto ufficiale, ma un’ipotesi discussa ai massimi livelli, resa ancora più significativa dal fatto che le riserve auree americane sono tuttora contabilizzate a 42,22 dollari l’oncia, un valore puramente nominale. Secondo diverse analisi basate sui dati di VanEck e sul peso reale dell’oro nel sistema monetario, una rivalutazione ai livelli monetari ipotizzati dagli analisti potrebbe generare un incremento patrimoniale nell’ordine dei trilioni di dollari.
Un effetto contabile enorme, capace di riscrivere il bilancio federale senza toccare una sola aliquota fiscale.
Ma quando i caveau si svuotano, quando leggi epocali passano senza dibattito, quando chi prova a parlare scompare nel momento meno opportuno, quando la nazione dominante decide di cambiare le regole per evitare destini imposti ad altre, il silenzio su tutto ciò smette di essere neutrale. Diventa un indizio. Non serve credere a un complotto: basta osservare i fatti.
Gli Usa stanno andando verso un reset monetario portandosi con sé il resto del pianeta e – orchestrato o semplicemente inevitabile – non importerà realmente a chi detta le regole e non arriverà con un annuncio ufficiale.
Forse accadrà davvero così: barra dopo barra, oncia dopo oncia, mentre il mondo è distratto da altro. E quando finalmente solleveremo lo sguardo dai nostri schermi, scopriremo che le regole sono cambiate. E con esse, anche ciò che chiamiamo “valuta”. Mentre i portafogli che oggi portiamo ancora in tasca saranno solo reliquie di un’epoca che si sarà già dissolta.





... sto facendo la scorta... non si sa mai cosa può succedere...
... domani me ne portano altrettanti... non so ho spazio a sufficienza...
Il London Gold Pool, il 1971 e la crisi COMEX ’79–’80 insegnano che i grandi cambi monetari nascono da decisioni d’emergenza e cambi di regole in corsa, non da regie eleganti.
Anche JP Morgan, più che burattinaio, storicamente ha agito da pompiere (1907 docet), con nuovi assetti nati dopo le crisi, non prima.
I segnali attuali sull’oro fisico sono reali, ma il potere monetario tende a reagire agli eventi più che anticiparli.
La vera domanda non è se il sistema cambierà, ma se lo farà in modo ordinato o attraverso un adattamento disordinato — e la storia, purtroppo, indica più spesso la seconda via.