di Carogiu

L’Advaita è una delle correnti filosofiche più profonde dell’induismo, soprattutto della tradizione del Vedānta, e il termine sanscrito advaita significa letteralmente «non-duale», cioè «non due».

L’idea centrale è sorprendentemente semplice: la separazione fondamentale tra “io” e “mondo”, tra individuo e realtà, non è ultima. Quello che normalmente percepiamo come una moltitudine di cose separate sarebbe, a un livello più profondo, espressione di un’unica realtà.

Secondo l’Advaita, il problema dell’essere umano non è tanto che possieda una conoscenza insufficiente del mondo, ma che scambi per realtà ultima ciò che appare separato.

L’ego, il corpo, i pensieri, le emozioni e persino la distinzione tra osservatore e osservato appartengono al livello dell’esperienza fenomenica. La liberazione, moksha, consiste nel riconoscere direttamente ciò che già è: il Sé non è un individuo isolato dentro l’universo, ma non è separato dalla realtà ultima.

Advaita non significa che il mondo sia semplicemente falso; significa piuttosto che lo percepiamo come una realtà composta da entità separate e autonome, mentre la sua natura ultima è diversa da quella che attribuiamo ad essa.

Ed è qui che l’Advaita diventa interessante anche al di fuori dell’induismo: mette in discussione una delle nostre intuizioni più profonde, quella secondo cui «io sono qui e tutto il resto è là fuori». La domanda diventa allora: chi è veramente questo «io» che osserva? Se elimino progressivamente corpo, sensazioni, pensieri, ricordi, emozioni e perfino l’immagine che ho di me stesso, che cosa rimane come soggetto dell’esperienza?

Secondo l’Advaita, rimane la consapevolezza stessa, il Sé, che non può essere trasformato in un oggetto perché è ciò attraverso cui ogni oggetto viene conosciuto. Ed è proprio da questa prospettiva che la non-dualità diventa interessante anche per le domande che ho affrontato parlando di entropia, vita, morte e coscienza.

Cosa può dirci l’Advaita sulla coscienza

Se l’individuo fosse davvero qualcosa di separato dal tutto, allora nascita e morte potrebbero essere interpretate come l’inizio e la fine di un’entità autonoma. Ma se quella separazione fosse soltanto una caratteristica della nostra esperienza, la prospettiva cambierebbe radicalmente.

L’immagine dell’onda e dell’oceano può aiutare a comprendere questo passaggio. L’onda nasce, cresce e infine scompare, ma in nessun momento è qualcosa di diverso dall’oceano. La sua forma è temporanea, la sua identità è reale sul piano dell’esperienza, ma la sua sostanza non è mai stata separata dall’acqua da cui proviene. 

Da questa prospettiva, anche la morte può essere osservata in modo diverso. Non necessariamente come l’annientamento di qualcosa che esisteva autonomamente, ma come la dissoluzione di una forma. La materia si trasforma, l’energia si trasferisce, l’ordine biologico che chiamiamo vita si disgrega e ciò che chiamiamo «io» cessa di manifestarsi nella forma che conosciamo.

Questo, naturalmente, non dimostra che la coscienza individuale continui dopo la morte. Sarebbe un salto che né l’Advaita né la scienza consentono di compiere.

La questione rimane aperta. Ed è proprio questo a rendere interessante la prospettiva non-duale: non ci chiede necessariamente di credere nell’esistenza di un’altra realtà, ma invita a domandarci se abbiamo compreso fino in fondo quella che stiamo già vivendo.

La coscienza non è soltanto una piccola luce accesa dentro un organismo immerso in un universo esterno.
Mi risuona di più l’idea che siamo forme temporanee attraverso cui la realtà diventa, almeno in parte, consapevole di sé.

Ritorniamo così alla questione fondamentale: siamo individui che possiedono una coscienza oppure siamo la coscienza che, per un certo periodo, assume la forma di un individuo?

Se fosse vera la prima possibilità, con la morte cesserebbe semplicemente il soggetto che conosciamo come «io».
Se fosse vera la seconda, la morte potrebbe essere qualcosa di molto diverso da una fine.
Come ho già suggerito, potrebbe essere la fine dell’onda, non dell’oceano.

Forse è proprio questo il senso più radicale della non-dualità. Non affermare che tutto è uguale, ma riconoscere che la molteplicità delle forme non implica necessariamente una molteplicità delle origini.

L’Uno non sarebbe allora il contrario dei molti, ma ciò da cui i molti emergono, ciò che li attraversa e ciò in cui, alla fine, ogni forma ritorna.

***

Chiedo scusa a Carogiu: ho fatto un po’ di “editing” al suo articolo originale, che trovate qui

AGGIUNGO UN COMMENTO PERSONALE

Mi ha colpito molto questo articolo, perchè proprio in questi giorni sto leggendo “Risveglio” di Salvatore Brizzi. Ne cito un passaggio (pag. 53):

“Ciò che l’individuo con tutte le sue forze proprio si rifiuta di ammettere è che all’interno del nostro apparato psicofisico in verità non abita nessuno. Crediamo di essere qualcuno, ma ci inganniamo. Quel fantomatico Io che teoricamente dovrebbe troneggiare al centro del nostro essere non è mai esistito, e se lo cerchiamo ci sfugge. Cominciare a vivere con questa realizzazione interiore significa ribaltare completamente la nostra visione della realtà. Può essere interessante fare un parallelo con la dottrina dell’Advaita Vedanta, dove si afferma che l’ego non esiste e il tutto avviene all’interno di un “gioco cosmico” sul quale non possiamo esercitare potere. Personaggi come Osho, Krishnamurti, Nisargadatta Maharaji, ecc. non hanno fatto altro che ripetere una sola Verità, sempre la stessa, la sola che riveste una certa importanza: tu non esisti, nessuno esiste, tutto ciò che accade è parte del funzionamento dell’universo."

M.M.

Comments  
Comincio a temere seriamente che ciò che vedo nello specchio non sono io. :-D