La scorsa settimana abbiamo affrontato, in modo un po’ scherzoso, la “questione della quercia”. Io avevo chiesto a Massimo Citro: “ma quando non la guardo, la quercia che c’è nel mio giardino esiste?” Ne era nata una discussione, fra il serio e il faceto, che andava a toccare elementi di filosofia e di fisica quantistica.

Ragionando sullo stesso argomento, mi è venuto da pormi la stessa domanda rispetto all’essere umano:

Ma quando una persona è sola, e nessuno la vede, questa persona esiste?

Ovviamente, non intendo “esiste” dal punto di vista fisico. È chiaro che fisicamente ogni essere umano esiste, che sia solo oppure in compagnia. La mia domanda riguarda le relazioni umane, ovvero se la mancanza di una interazione con altre persone dia comunque un senso all’esistenza di ciascuno di noi.

Cerco di spiegarmi con un esempio. Fino a quando vivevo con mia moglie, le mie giornate erano caratterizzate da piccoli momenti di condivisione, anche sulle cose più banali. Se ad esempio io uscivo a fare la spesa, e mi capitava qualcosa di curioso, io non vedevo l’ora di tornare a casa e di raccontarlo a mia moglie, per farci una risata insieme. In quel momento, l’esperienza che avevo appena vissuto acquisiva un valore proprio perché la condividevo con lei. Era come se io “depositassi” qualcosa nella nostra memoria congiunta, che andava in qualche modo ad arricchire il senso della nostra vita quotidiana.

Ora che lei non c’è più, mi ritrovo spesso con la frustrazione di non potere condividere con nessuno i miei pensieri quotidiani, anche i più banali. Mi ritrovo da solo a guardare il muro davanti a me, e spesso mi domando quale sia il senso della mia esistenza, nel momento in cui non posso più condividere con qualcun altro ciò che mi passa per la mente.

Era questo che intendevo con la domanda “quando una persona è sola, e nessuno la vede, questa persona esiste?”

Ora, io sono relativamente fortunato in questo, nel senso che scrivo, sono una persona pubblica ed ho comunque una intensa attività sociale, tramite internet. Il fatto stesso che io possa condividere questo articolo con voi significa che in realtà non sono davvero solo.

Ma ci sono milioni di persone che vivono da sole, e che non hanno una reale attività sociale. Hanno al massimo qualche breve interazione quando escono di casa, con le persone che incontrano, ma sono sostanzialmente sole rispetto ad un qualunque dialogo profondo. 

E non fatico ad immaginare che queste persone provino spesso il senso di una mancanza di significato nella propria vita, nel momento in cui non hanno nessuno con cui comunicare le proprie emozioni.

Qualcuno potrà rispondermi che “il vero dialogo è dentro di noi” e non c’è bisogno di qualcuno che ci ascolti per trovare il senso di esistere. Ma in realtà credo che lo sconforto di chi vive in solitudine possa essere molto profondo, soprattutto se ci si viene a trovare da soli dopo avere vissuto una lunga vita in compagnia di un altro essere umano.

Massimo Mazzucco

Comments  
Il vecchio saggio cinese diceva testualmente "cogito ergo sum" quindi si esisti anche da solo

Quote:

Cerco di spiegarmi con un esempio. Fino a quando vivevo con mia moglie, le mie giornate erano caratterizzate da piccoli momenti di condivisione, anche sulle cose più banali. Se ad esempio io uscivo a fare la spesa, e mi capitava qualcosa di curioso, io non vedevo l’ora di tornare a casa e di raccontarlo a mia moglie, per farci una risata insieme. In quel momento, l’esperienza che avevo appena vissuto acquisiva un valore proprio perché la condividevo con lei. Era come se io “depositassi” qualcosa nella nostra memoria congiunta, che andava in qualche modo ad arricchire il senso della nostra vita quotidiana.

Certo, siamo esseri sociali , da soli non possiamo vivere.
Ma la tua è un’esperienza che non puoi semplicemente sostituire cercando qualcun altro. La tua relazione si fondava sull’amore e sulla confidenza costruita in una vita intera ,ogni esperienza poteva essere condivisa spontaneamente.
Per quanto si possa essere soli o meno, è ovvio che prima o poi ti viene a mancare il soggetto in cui depositavi la tua memoria congiunta.
Certo, social e forum ti aiutano a non essere solo, ma in una maniera leggermente diversa. Se oggi non c’è quello, ne trovo un altro, e così via. Ci sarà sempre qualcuno.
Ma è il valore che io do a quel qualcuno che conta.
Non so se tu pensi davvero che una persona esista in base a una relazione, qualunque essa sia. In ogni caso, c’è molta gente che vive sola senza rimpianti.
Di fatto, questo è un ragionamento che si fa soprattutto da anziani, da vecchi, e molto meno da giovani. Anche perché chiaramente, l’età non è una statistica.
Io personalmente?
Come ti ho già detto, vorrei andare a vivere da solo in cima a una montagna. Ma penso sempre a una cosa.
Io vivo da solo sulla montagna, non ho nessuno attorno, ma so che nel mondo vivono milioni di persone.
Sarebbe la stessa cosa se invece pensassi di essere solo io e che nel mondo non ci fosse nessun altro?
Forse impazzirei!!!
Per me non è necessario avere concretamente qualcuno accanto (si può essere circondati da persone e non avere nessuno con cui condividere qualcosa) per percepire di non essere soli, mi basta sapere che l'umanità esiste.
Caro Massimo,
comprendo profondamente quello che intendi.
Tutte le esperienze della vita, positive o negative, hanno un senso.
Anche l'interazione e la solitudine hanno un senso.
E la fisica quantistica, le nuove scoperte, portano inevitabilmente ad un unico risultato:
la simulazione.
E questa simulazione serve ad un unico scopo: produrre dati.
Ogni esperienza, ogni sensazione, ogni emozione, sono dati che servono al "sistema universo olografico".
Purtroppo, il sistema non può comprendere le emozioni (sofferenza, dolore, gioia, tristezza, felicità, amore, odio...), non se ne occupa.
Lui raccoglie i dati e li immagazzina (probabilmente nello spazio cosmico della materia oscura che aumenta in proporzione il volume come se fosse un hd che aumenta di capienza)
Questo è in sintesi il concetto che spiegherebbe il senso della sensazione di mancanza di esistenza.
E' un allarme del sistema che avverte che manca qualcosa:
quei dati che prima erano prodotti e che ora non ci sono più.
Una persona veramente sola ha qualche problemino a relazionarsi con gli altri quindi è socialmente inutile e di conseguenza "morta".
L'Uomo non può essere considerato vivo solo perché non ha i parametri vitali a zero
@Venusia#2

Quote:

Io personalmente? Come ti ho già detto, vorrei andare a vivere da solo in cima a una montagna.

Buongiorno Venusia, se per caso vivi in città o agglomerati simili, ti consiglio di fare la prova. Magari non iniziare in maniera estrema (ossia da solo in cima ad un monte) ma allontanati e cerca un posto/casa circondato da terreno al perimetro, e poca gente nei dintorni. Vedrai che sparirà un sacco di inutile rumore di fondo. Io che vivo in una situazione simile, quelle volte che rientro nel branco, me ne torno a casa o con un problema nuovo da risolvere che mi è stato creato, o con un possibile litigio sventato.
Credo inizi ad affiorare nervosismo fra le pecorelle, almeno qui. Non so da te come è la storia. Piccolezze, ma proprio ieri, al rientro da una "grande città de mmmer*a" mi sono accorto che qualcuno mi aveva rubato lo spruzzino lavavetri, hai presente quel cosino che sta sul cofano motore che si usa per lavare il parabrezza? Costo del ricambio circa 20 euri. Per farlo mi hanno danneggiato anche la parte sottostante, ossia il tubicino di gomma a cui era ancorato. Sarà povertà? Sarà aggressività? Sarà la creatività tipica del meid in italì?
Più guardo il presente e più provo pena per queste scimmiette. Prova, fidati! :pint:

Quote:


#4 Nostra Fiducia Solidale 18-09-2026 08:54

Una persona veramente sola ha qualche problemino a relazionarsi con gli altri quindi è socialmente inutile e di conseguenza "morta".
L'Uomo non può essere considerato vivo solo perché non ha i parametri vitali a zero

E vero ma in parte secondo me
Nella vita di un essere umano non ci sono solo gli " altri" o le relazioni sociali.
Ci sono gli animali, la natura, l'universo e molto altro.
Ci sono tante cose per cui vivere ugualmente.



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#5 Archiproblem 18-09-2026 08:59

@Venusia#2

Quote

Buongiorno anche a te e grazie
«Più facciamo progressi interiori più diminuisce il numero di coloro con cui possiamo realmente comunicare.»
Emil Cioran

Concetto che sento mio. A volte mi dico: purtroppo.
A mio avviso, il tema vero non è “esisto se nessuno mi vede?”, ma qualcosa di più preciso:
Una parte del significato della mia esperienza esiste ancora se non c’è più nessuno con cui condividerla?”.

Trovo molto importante e significativo il punto in cui descrivi la piccola esperienza quotidiana da raccontare a tua moglie. Non parli di grandi confessioni o di eventi importanti, bensì di una cosa buffa successa, mentre facevi la spesa. È qui che descrivi qualcosa di essenziale delle relazioni profonde: l’altra persona non è soltanto qualcuno con cui trascorriamo del tempo, ma un testimone della nostra esistenza.

Pertanto, l’esperienza è composta da due momenti: il primo è viverla, mentre il secondo è raccontarla a qualcuno che ci conosce ed intendo: il nostro carattere, la nostra storia, cosa ci fa ridere o arrabbiare, infatti, è in questo secondo momento che l'episodio diventa parte di quella che chiami “memoria congiunta”. Secondo me, proprio questa espressione è il cuore dell'articolo che hai scritto.

Durante il corso di una relazione lunga si costruisce una sorta di memoria distribuita, in cui non esiste più soltanto la mia memoria e la tua memoria, bensì esiste anche “quello che sappiamo noi”. Battute che richiedono anni di contesto, persone conosciute insieme, luoghi, abitudini, piccoli gesti, episodi apparentemente insignificanti.

Quando una delle due persone muore, non scompare solamente una presenza, purtroppo, scompare l’unico altro custode di quell’universo comune.

Per esempio la frase “non posso raccontarglielo” non è solo una frase di impossibilità, bensì è immensamente più dolorosa di quanto sembri perché non riguarda semplicemente comunicare qualcosa, ma ha un significato più profondo, più intimo perché viene improvvisamente interrotto un processo che per anni ha contribuito a costruire il significato stesso della giornata.

Certamente anche una persona sola continua ad avere un'esistenza significativa seppur senza essere osservata o ascoltata perché il significato della sua esistenza non dipende esclusivamente dallo sguardo altrui. Del resto anche una persona sola può avere curiosità, pensare, creare, contemplare, ricordare, perseguire uno scopo e perfino costruire una vita interiore estremamente ricca senza un interlocutore permanente.

Posso sintetizzare che come esseri umani, possediamo due livelli di significato: uno autonomo e uno relazionale.

Sicuramente produciamo molto interiormente, ma la gran parte della nostra identità viene costruita attraverso relazioni, riconoscimento reciproco e condivisione per cui non si esiste perché qualcuno ci vede, ma piuttosto:

esisto a prenscindere, ma essere visto da qualcuno modifica profondamente la percezione della mia stessa esistenza.

Nom mischierei la parte sulla fisica quantistica,e preferisco tenerla separata dal resto perché spesso è un po' abusata, invece, la domanda sulla quercia richiama il vecchio problema filosofico della percezion, non appartiene alla fisica quantistica, bensì alla filosofia dell'esistenza e delle relazioni ovvero che ruolo hanno gli altri nella costruzione del nostro senso di noi stessi?

Certamente i primi concetti che possono venire alla mente sono: riconoscimento, memoria condivisa, lutto, appartenenza, ma tra le righe mi sembra di leggere qualcosa che trovo particolarmente interessante ovvero che quando perdiamo una persona con cui abbiamo condiviso molti anni, non perdiamo soltanto lei, ma perdiamo anche una versione di noi stessi che esisteva soltanto nella relazione con lei e quella specifica versione di noi non può essere ricostruita con qualcun altro.

Credo che questo sia causa destabilizzante della la situazione emotiva interiore che hai descritto nell'articolo.

Per cui mi permetto di ampliare la domanda:

Quanto di ciò che sono, nasce dal fatto che qualcuno mi conosce, mi ricorda e condivide con me il mondo?

Quote:

Per cui mi permetto di ampliare la domanda:

Quanto di ciò che sono, nasce dal fatto che qualcuno mi conosce, mi ricorda e condivide con me il mondo?

Anche
Ma arriverà comunque un giorno in cui non ci sarà più nessun ricordo di te da nessuna parte.
E da quel giorno in poi nessuno potrà essere più certo della tua esistenza passata.
Ma tu ci sei stato eccome .
Questo conta per te .
Citando anche Shopehenauer, ci sono diversi desideri che un uomo ha, ma forse fanno tutti riferimento a quello di lasciare un ricordo di se dopo il trapasso: un'azione, un'idea, un'opera.
Perchè poche settimane dopo che si ci è allontanati da un amico o un parente già si inizia a dimenticarlo, viene sostituito da altre persone, ed è davvero raro che una persona lasci una traccia nostalgica così forte da perdurare nel tempo dal far affermare "come vorrei che fosse ancora qui con me", cosa che capita solo per persone che ci hanno accompagnato per moltissimo tempo.
Quindi si , credo che una persona sola, che non interagisce con altre persone, rischi, a tratti, di non esistere.

Quote:

Perchè poche settimane dopo che si ci è allontanati da un amico o un parente già si inizia a dimenticarlo, viene sostituito da altre persone, ed è davvero raro che una persona lasci una traccia nostalgica così forte da perdurare nel tempo dal far affermare "come vorrei che fosse ancora qui con me", cosa che capita solo per persone che ci hanno accompagnato per moltissimo tempo.

Dipende da quanto vicino alla vita o alla morte sei arrivato con quella persona. Perchè altrimenti possono passare anche 5 anni ma appena lo rincontri è come se l'avessi visto il giorno prima.

Povere le persone che vogliono vivere isolate, cosa devono aver passato per arrivare a simili soluzioni ?
Peterpan


Quote:

Povere le persone che vogliono vivere isolate, cosa devono aver passato per arrivare a simili soluzioni

Se ti riferisci a me , mi è bastato il COVID
E comunque non esiste una regola generale.
C'è chi vive in compagnia ed è felice, c'è chi vive da solo ed è felice ugualmente.
Chi ha ragione???
Visto che all'interno del tuo corpo ci sei solo te e nessun altro.
Esempio:
Tu sei un Din Giovanni e tutti i giorni fai sesso con belle donne
Io invece sto chiuso nella mia stanza e osservo il muro perché la mia natura mi dice questo.
Entrambi proviamo lo stesso piacere nel farlo.
Chi ha la vita più appagante.??
E più importante quello che dicono o pensano gli altri o quello che dici o pensi te , per quanto strambo sia ??
Ovviamente non tutto va preso al 100 %
Io si voglio vivere in mezzo alla natura, ma non rinnego o escludo le persone.
Ci mancherebbe
#11 peterpan3

Quote:

cosa devono aver passato per arrivare a simili soluzioni ?

Se te lo chiedi, vuol dire che conosci già la risposta.
Hai tutta la mia simpatia, sei uno che snocciola a gogò competenze tecniche e tecnologiche altamente specializzate, ma sai anche arrivare al nocciolo della questione quando si tratta della questione umana.
Con affetto :-)
Massimo, capisco perfettamente quello che provi: anch'io ho perso la mia compagna un paio d'anni fa e sono passato attraverso la stessa esperienza, le stesse sensazioni, le stesse angosce.

Va un pochino meglio ora, ma rimane sempre quel vuoto: purtroppo credo che l'unico modo di colmarlo sia di trovare un'altra persona con cui condividere quelle piccole cose, o per lo meno avere abbastanza persone intorno con cui condividere i pensieri.

La vita solitaria ti lascia troppo tempo per pensare e inevitabilmente i pensieri vanno in quella direzione e la domanda "ha senso andare avanti?" ricorre ancora ogni tanto.
Forse la riflessione più idonea, corretta a questo articolo è fare una semplice domanda: "Massimo come ti senti?" perchè questo è un articolo molto introspettivo perché hai esternato un tuo sentire. Non farci preoccupare :-)
Io personalmente mi ritrovo spesso in questa situazione che descrivi, cioè quella "solitudine" che deriva dal non "potere condividere con nessuno i miei pensieri quotidiani, anche i più banali" e quindi mi identifico spesso in questa "mancanza di significato nella propria vita, nel momento in cui non hanno nessuno con cui comunicare le proprie emozioni".

Sono consapevole di tutto quello che riguarda il dialogo interiore, il cercare di stare bene con sè stessi, il cercare di volersi bene. Però d'altronde nasciamo e viviamo in una società, e credo che ci siano individui, come me, che soffrono molto di più di altri del fatto di non poter condividere certi momenti, pensieri, riflessioni, esperienze con qualcun'altro.

Nel mio caso specifico ho sempre cercato, probabilmente sbagliando, un tipo di relazione che potesse dare un significato al vivere un'esistenza altrimenti vuota, almeno apparentemente. Non ho ancora una risposta certa. Sicuramente persone come me, come noi, hanno molte più fortune rispetto ad altre, ciò che non toglie che viviamo anche noi un certo tipo di sofferenza, e sì, mi viene da chiedermi spesso che senso abbia tutto ciò.

Se la persona "esiste" anche quando è sola? Credo che esista solo per se stessa, non per la società. La "società" ti "vede" ma non ti guarda, ti "sente" ma non ti ascolta. Almeno, nella nostra società "moderna" diventi proprio come un albero, tutti possono vederti ma non notarti, ti danno per scontato.
Quindi credo che quello che descrivi sia, per alcune persone, proprio il significato più alto della propria esistenza: avere qualcuno con cui condividere le proprie esperienze

Quando invece devi affrontare ogni cosa per conto tuo, in solitudine, c'è chi reagisce in modo più forte e chi in modo più debole e giustamente c'è chi si pone gli stessi dubbi e cioè: ma ha senso tutto ciò? Ultimamente mi chiedo perfino se abbia senso chiedersi cosa ha senso: forse non ha senso per noi corpo fisico che viviamo questa vita, ma lo ha per l'anima (o chi per essa) e quindi noi non riusciamo a capire e ci poniamo queste domande che forse non hanno nemmeno risposta.

Confermo quando dici che "lo sconforto di chi vive in solitudine possa essere molto profondo" soprattutto perché credo che la solitudine non sia data solo e esclusivamente dal "stare soli" in senso generale. Si può avere tanti amici ma sentirsi comunque soli. Ecco, la definirei più una "solitudine coscienziale", dove non riesci a trovare, o hai perso, quel qualcuno con cui condividere il tuo significato, la tua esperienza.

Penso a volte alle persone anziane che si trovano sole, o a morire sole, e mi chiedo se sarà così anche per me, e come mi sentirò in quei momenti. Questo credo non sia comprensibile a tutti: qualcuno direbbe "trovati degli amici" oppure "devi imparare a non avere bisogno di nessuno" ma io credo che sia proprio una questione completamente diversa e appunto, non si tratti di solitudine in senso fisico ma più in senso spirituale, appunto coscienziale.

Se nessuno ti vede, esisti solo se decidi esistere. Il resto del mondo sembra quasi più una "proiezione", come in un film.
La presenza fisica ha un valore relativo.
L'essere umano ha bisogno contemporaneamente di amare e di sentirsi amato.
La solitudine è la mancanza di una di queste due cose, mancanza che se radicata porta a un senso di inesistenza spirituale e inutilità esistenziale.
La sofferenza che si prova dopo aver condiviso una vita intera è il naturale processo con cui l'involucro della vecchia identità condivisa si scioglie. Non c'è nulla di "sbagliato" in questo dolore, accoglierlo senza scuse e senza giudicarlo è l'atto di coraggio che permette a una nuova dimensione di consapevolezza di fiorire. La domanda che poni va a toccare un punto profondo, esistenziale ovvero la differenza tra l'esistenza della falsa personalità e quella del vero Essere. Se parliamo dell'identità sociale, dell'ego o della maschera quotidiana, la risposta è che senza l'altro la personalità non esiste. La falsa personalità è una costruzione che ha un bisogno disperato di essere sostenuta, vista e confermata dall'esterno. Quando vissuta in coppia o nella società, trova costantemente uno "specchio" in cui riflettersi. Se ci spostiamo sul piano della consapevolezza profonda, la risposta si ribalta, è proprio quando sei solo e nessuno ti vede che la tua vera esistenza si rivela. Se vedi qualcosa di curioso al supermercato, l'evento ha già un valore intrinseco nel momento stesso in cui lo vivi con presenza e meraviglia, anche se non diventa una storia da raccontare. Riporre il valore dell'esperienza solo nel racconto successivo significa spostare la vita dal presente alla memoria. Poi differenzierei il sentirsi soli dal essere soli. Il primo è solitudine vissuta come mancanza, sofferenza e privazione dell'altro, il secondo è la solitudine vissuta come pienezza, indipendenza e scoperta del proprio centro interiore. Significa comprendere che si è nati soli e si morirà soli, e che questa solitudine non è una condanna, ma la condizione naturale della nostra libertà. comunque sia per quel che mi riguarda,( non per tutti sarà cosi), il senso dell'esistenza non sta nel trovare un altro "deposito" esterno in cui versare i propri pensieri, ma nell'imparare a essere pienamente presenti a se stessi. Quando impari a stare in quel silenzio senza scappare, la solitudine smette di essere un vuoto che fa paura e diventa un altro tipo di spazio, più profondo dove coltivare il "testimone". Non è facile, ma bisognerebbe andare oltre il riflesso, la consapevolezza autentica non dipende dallo sguardo altrui. Il "testimone" dentro di te non ha bisogno di testimoni esterni per essere reale.

Quote:


#18 joppo82 18-09-2026 10:51

La


Quote:

Poi differenzierei il sentirsi soli dal essere soli. Il primo è solitudine vissuta come mancanza, sofferenza e privazione dell'altro, il secondo è la solitudine vissuta come pienezza, indipendenza e scoperta del proprio centro interiore. Significa comprendere che si è nati soli e si morirà soli, e che questa solitudine non è una condanna, ma la condizione naturale della nostra libertà

Esattamente
Ma non si può comprendere se non hai dentro di te questa vocazione
Inutile anche spiegarla.
GREEGAN: Tranquillo, è tutto sotto controllo. Per ora mi sveglio ogni mattina con una gran voglia di fare. Anzi, nonostante la nostalgia, sono addirittura convinto che mia moglie mi abbia lasciato "in anticipo", proprio perchè devo fare questo ultimo tratto di vita da solo.

Un pò come quando ai bambini tolgono le rotelle dalla bicicletta. :-)
Lo vedo con mio padre tutti i giorni.
Ho perso mamma da poco tempo ed è come descrivi tu Massimo non è facile per lui andare avanti nei giorni.
Ho imparato a convivere con la solitudine e non.
Secondo me è un processo che è inevitabile sia nell' uomo che nel mondo animale.
Mi viene in mente dall'immagine dell' articolo che sono stato molte volte seduto su di un tronco e provavo serenità e gioia senza pensare a nulla.
Mi limito a scrivere con semplicità perché mi piacerebbe parlare , ma non si può qua' o si va dallo psicologo o si parla ad un amico o si parla da soli mentre si sta passeggiando o si resta in silenzio e si contempla.
In questi ultimi tempi di duro realismo, di guerre incontrollate, l'articolo di Max sarebbe un'occasione per comprendere di più l'essere umano, senza per questo possedere una solida preparazione scientifico-umanista, senza per questo citare la Relatività, le Stringhe, i buchi neri, i Quanti, l'antimateria, i tachioni, i bosoni, ecc spesso a sproposito da far invidia ai classici cavoli a merenda…

Quanto alla relazione/condivisione dei rapporti/trasporti umani, il desiderio di condividere per sentirsi meno solo, era già presente nel paleolitico...l'animale che stava diventando uomo sentiva in sé questo bisogno di relazionarsi con i suoi simili. Vivere in gruppo non era solo una modalità vivendi, ma una coscienza che sorgeva dalle profondità del suo IO. Coscienza da lui puntellata per mezzo di credenze animiste, religioni, miti, senza più farne a meno, fino ai giorni nostri.

All'età di 6 anni (piuttosto precoce anzichenò) mi chiedevo se al mondo in realtà esistevo solo io, e tutti gli altri in realtà ne facevano si parte, ma solo di corollario, ognuno si serviva dei suoi simili per la propria evoluzione (non ho ancora cambiato idea...). Quale "segreto" doveva nascondere l'uomo nel proprio passato, così spaventoso da richiedere l'adozione di certezze immediate?
E' certo che la stragrande maggioranza dell'umanità necessita di umani, continui incontri del...terzo tipo. L'uomo per sua natura, non disdegna dare credito o attingere a idee altrui, se non altro per il retrogusto di far emergere le sue...

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#12 Venusia 18-09-2026 10:10 Peterpan Quote: Povere le persone che vogliono vivere isolate, cosa devono aver passato per arrivare a simili soluzioni Se ti riferisci a me , mi è bastato il COVID E comunque non esiste una regola generale. C'è chi vive in compagnia ed è felice, c'è chi vive da solo ed è felice ugualmente.

Balle... Già alla prima febbriciattola o alla prima slogatura cambi idea. Se sei un vero duro reggi 3 o 4 settimane, poi ti vai a cercare un Wilson qualunque, animato o inanimato, e cominci a parlarci o urlarci contro. Se sei un bibliofilo forse reggi due mesi. Ma per andare oltre devi essere malato di qualcosa.
In ogni caso muori di fame in cima a una montagna.


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#13 danielas 18-09-2026 10:23 #11 peterpan3 Quote: cosa devono aver passato per arrivare a simili soluzioni ? Se te lo chiedi, vuol dire che conosci già la risposta. Hai tutta la mia simpatia, sei uno che snocciola a gogò competenze tecniche e tecnologiche altamente specializzate, ma sai anche arrivare al nocciolo della questione quando si tratta della questione umana. Con affetto :-)

Il più lungo periodo in neanche poi tanto completo isolamento è stato di 46 giorni. Una volta a settimana arrivava il rifornimento e ogni 12 ore c'era il check radio. La noia è devastante, già solo quella ti fa riconsiderare qualsiasi compagnia, topi compresi. Arrivare a leggere la lista degli ingredienti di ogni scatoletta, tubo, confezione fino a imparare a memoria ogni singola parola... Non lo auguro a nessuno.
--- 11 --- Peterpan 3:
Povere le persone che vogliono vivere isolate, cosa devono aver passato per arrivare a simili soluzioni ?
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Caro Peter, ammiro le tue conoscenze "belliche", ma in questo frangente penso che tu sia uscito dal...seminario. Chi si isola dalla comunità, o come fanno i rari eremiti, non necessariamente hanno un passato di sofferenze, ma possono essere bisognosi di una specie di "fai da te" spirituale, e devono farlo loro, da soli, nessuno può farlo per loro, il che è giusto.

Perché fede (e devozione) a volte sgorgano dal cuore umano, fede nel senso di credenza nel fatto di un intervento esterno che possa aiutarli spiritualmente, e devozione come profonda gratitudine per la fonte di questo aiuto. Nel Buddhismo per esempio, questi elementi sono presenti fin dalle sue origini, fondate sulla fede (NON cieca per fortuna) per tradizione.

Io l'eremitaggio l'avevo inquadrato poeticamente così:

- L'eremita -
Si attiva la coscienza al nuovo giorno
la luce schianta l'abusiva notte
il chiarore s'impone.
Come marea mattutina
si espandono i sui pensieri
vividi segnali
risvegliano lo spirito dell'eremita.
Vive col corpo, ma l'anima è lontana
indipendente.
Diventa immensità un sasso, una corolla
un'ombra su nel cielo.
Lo spazio non esiste
così come la polvere del tempo.
Un essere minuto abbraccia il mondo intero
l'immenso si fa luce senza confine alcuno
sorride il volto scarno all'indigenza sua padrona.
Il pianto si fa gioia al rituale del mattino,
al cammino d'un bambino, per incontrare Dio.
#6 VENUSIA

Quote:

Ci sono gli animali, la natura, l'universo e molto altro.
Ci sono tante cose per cui vivere ugualmente.

Condivisibile ma, per dirla in matematichese, è "condizione necessaria ma non sufficiente"

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#23 peterpan3 18-09-2026 11:38


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#12 Venusia 18-09-2026 10:10 Peterpan Quote: Povere le persone che vogliono vivere isolate, cosa devono aver passato per arrivare a simili soluzioni Se ti riferisci a me , mi è bastato il COVID E comunque non esiste una regola generale. C'è chi vive in compagnia ed è felice, c'è chi vive da solo ed è felice ugualmente.


Balle... Già alla prima febbriciattola o alla prima slogatura cambi idea. Se sei un vero duro reggi 3 o 4 settimane, poi ti vai a cercare un Wilson qualunque, animato o inanimato, e cominci a parlarci o urlarci contro. Se sei un bibliofilo forse reggi due mesi. Ma per andare oltre devi essere malato di qualcosa.
In ogni caso muori di fame in cima a una montagna

In cima ad una montagna non ci sono case Peter !!!!!
Di tutto quello che ho scritto non hai capito una sola parola.
Invece di leggere in mezzo alle righe, perché comunque sono discorsi personali, hai abbinato visivamente un uomo sulla cima del monte Everest, senza nulla e nessuno!!!
Va bene allora hai ragione.
In questo modo ovvio che ci vai solo per morire.
Sicuramente mi hai frainteso
Se avessi detto voglio andare a vivere su Marte ,cosa mi avresti criticato, la mancanza di potenza dei reattori per arrivarci ?? :-D
Dai !!!!
Vivere da soli non significa essere soli in senso letterale al 100,%
Se poi per te questa è ipocrisia , allora sono ipocrita :hammer: