di Franco Fracassi

Quando io e Giulietto Chiesa arrivammo a New York eravamo pieni di speranza e di entusiasmo. Stavamo per incontrare un sopravvissuto all’11 settembre. Di meglio. Stavamo per incontrare un sopravvissuto al crollo delle torri gemelle. Sapevamo che avrebbe potuto dare una svolta alla nostra inchiesta.

Brian Clark era una persona tanto pacata quanto assertiva nel suo racconto. E quando iniziò a parlare capimmo immediatamente che la sua testimonianza sarebbe stata dirimente per qualsiasi ricostruzione sull’11 settembre. Il manager di Eurobrokers non solo era sopravvissuto al crollo della torre sud, ma aveva anche attraversato l’inferno di fuoco che, secondo la versione ufficiale, avrebbe poi determinato il crollo del grattacielo. C’era dell’altro. Aveva fatto irruzione nel piano dove si trovava l’ala del Boeing per salvare una persona.

Insomma, la sua testimonianza smentiva categoricamente e senza appello ogni ricostruzione ufficiale su quanto accaduto a New York, da sola era sufficiente per accendere la luce su nuovi percorsi investigativi sull’11 settembre.

Sempre Stati Uniti, ma duemila e cinquecento chilometri più a sud-ovest. Sessantatré anni fa a Dallas un colpo di Stato cambiò il corso della Storia. L’assassinio del Presidente John Fitzgerald Kennedy spalancò le porte della Casa Bianca a quel gruppo di potere che oggi chiamiamo neocon. Guerre, rovesciamenti di regimi, finte rivoluzioni. Il mondo interò subì pesantemente le conseguenze di quell’episodio.

Secondo la versione ufficiale a sparare fu un solo uomo (amico dei russi), ricostruzioni più accurate parlarono di più cecchini (nessuno dei quali era il capro espiatorio che passò alla Storia col nome di Lee Harvey Oswald) e di un vero e proprio golpe interno al potere Usa.

Andai a Dallas apposta per capire qualcosa di più circa quell’evento. Quando arrivai a Dealey Plaza scoprii che tutto era rimasto come nel 1963. Strade, semafori, palazzi, alberi, aiole, staccionate, nulla di nulla era cambiato. Ed essendo l’unico luogo di un qualche interesse turistico in città, qualcuno aveva marchiato l’asfalto con delle “x” per segnalare i punti in cui si trovava il Presidente al momento degli spari.

Ebbene, mi bastò piazzarmi su quelle “x” per capire che Oswald non poteva essere l’assassino. Per il primo sparo non c’era visuale. E mi bastò ripercorrere il percorso del corteo presidenziale per rendermi conto che sempre Oswald aveva la visuale perfetta (oltre che l’auto di Kennedy quasi ferma per via di una curva più che a gomito) molto prima.

Insomma, sarebbe bastato a qualsiasi delle migliaia di giornalisti e appassionati che hanno trattato il tema sposando la versione ufficiale passare un paio d’ore a Dealey Plaza per fargli apparire evidente quanto si fossero sbagliati.

Un’inchiesta si può fare in tanti modi. Anche come fa mirabilmente Massimo Mazzucco, ricostruendo le vicende attraverso la documentazione (scritta, audio e video) già esistente e pubblica. Ma spesso andando nei luoghi dei fatti che si vogliono raccontare, incontrando di persona i protagonisti e i testimoni di quelle vicende si riescono a ottenere informazioni impossibili da avere in altro modo. Talvolta, come citato nei miei due esempi, dirimenti ai fini dell’inchiesta stessa.

Sono trent’otto anni che faccio il mestiere di giornalista. Ho iniziato quando internet non esisteva e per consultare dei semplici articoli bisognava visitare qualche archivio fisico. E per intervistare qualcuno bisognava andarlo a trovare. Oltre sette lustri dopo continuo ad avere la convinzione che un buon giornalista deve avere buoni piedi per camminare e la valigia sempre pronta per partire.

Purtroppo, in questo secolo questo modo di intendere il giornalismo è stato via via sempre più abbandonato. Investimenti sempre più scarsi, la deriva poltronara di internet, la pervicacia del potere nel voler creare un coro di voci che cantano all’unisono e, contemporaneamente, di voler silenziare le voci fuori da quel coro, hanno reso sempre più rari i reporter (coloro che la notizia se la vanno a cercare sul campo). In Italia, poi, il mestiere di reporter è quasi del tutto svanito. O quanto meno è svanito per chi lavora su internet.

Tutto questo mi ha portato a prendere la decisione di aprire un blog realizzato da reporter, un luogo che potesse riportare il reportage, l’intervista e l’inchiesta indietro di trent’anni. Buoni piedi e valigia sempre pronta. Un blog fatto di reportage, per quanto possibile di intervistati stanati a casa loro, di inchieste complesse, che richiedono molti viaggi e documenti recuperati sul campo. Un blog che non debba per forza inseguire la notizia del giorno. Men che meno il chiacchiericcio delle opinioni e degli scandali nostrani. Un blog che potesse riportare al centro dell’informazione su internet anche le questioni interne italiane: le mafie, la corruzione, la salute, la cultura, i disastri economici, i disastri ambientali e quelli sociali. Un blog che potesse dar voce anche a storie appassionanti, di denuncia, piene di sentimento, ignorate dal resto dell’informazione. Un blog che potesse fornire mappe interattive (per me una delle parti più appassionanti e utili del sito) in grado di spiegare questioni complesse con pochi clic, molto più di centinaia di video e articoli. Un blog che potesse approfondire il necessario per far comprendere.

Perché l’informazione non deve spiegare e basta, deve dare gli strumenti perché le persone possano costruirsi da sole la loro spiegazione e possano farlo con reale cognizione di causa.

“Sarò Franco” (così si chiama il blog) è operativo dal primo settembre. E per poterlo vedere ci si deve abbonare. Una scelta fatta per due motivi. L’informazione e la cultura hanno un valore (anche monetario) e dietro di loro c’è un enorme lavoro di molte persone. Viaggiare costa, fare giornalismo di qualità costa e io non ho (e non ho mai avuto) qualcuno che mi finanzia. Indipendenza e libertà vogliono dire anche questo.

E badate bene, “Sarò Franco” non sarà in concorrenza con tutti gli ottimi blog che siete abituati a consultare su internet. È una cosa in più, una cosa diversa, una cosa che manca e di cui (ne sono convinto) ci sia estremo bisogno.

Adesso sta a voi. Sta a voi scegliere se anche questo è il tipo di giornalismo che desiderate. Sta a voi decidere di poter viaggiare per l’Italia e per il mondo insieme a noi. Sta a voi la scelta di voler incontrare i tanti personaggi al nostro fianco. Sì, perché non sarò da solo. Al mio fianco ci saranno altrettanto valenti reporter e professionisti del mondo dell’informazione.

Io ci credo. Credo in questo modo di far giornalismo. E voi?

Indirizzo blog

Comments  
Buongiorno Franco,se digito sul link "Saro' Franco"mi esce questo,potrebbe essere un problema mio non lo so' ancora:

se invece digito su Indirizzo sito,torno qui su luogocomune.
Ps:Ottima iniziativa,spero che giovani reporters crescano.
Certamente un refuso. Il link corretto è questo: francofracassi.com/blog
Ho corretto i link, grazie.
Bella iniziativa...ah, però si paga...vediamo un pò quanto costa l'abbonamento...eccolo qua, semplice 110 euro l'anno, intermedio 250 e avanzato 500...
No Franco, ti ringrazio molto ma per ora preferisco vederti a gratis in video da Becciolini o dove capiterà, perchè sarà sempre un piacere sentirti...