Ogni tanto arriva qualcuno che si affaccia alla finestra del mondo e proclama che ”l’unica risposta al problema palestinese è la soluzione a due stati”.

Lo ha fatto anche il Papa, domenica scorsa all’Angelus, quando ha dichiarato: «Chiedo con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati, per una pace giusta e duratura».

A parte che non si sa bene chi sia questa “comunità internazionale” a cui si rivolge il Papa, ma va ricordato che chiunque sostenga oggi la soluzione a due stati è, nella migliore delle ipotesi, un ignorante, nella peggiore un ipocrita.

La soluzione a due stati è nata ad Oslo nel 1993, ed è morta 3 anni dopo, nel 1996, in Israele. In realtà, come vedremo, non è mai veramente esistita.

LA STORIA

Nel 1991 alla guida del governo di Israele c’era Yitzhak Shamir. Ex-terrorista (faceva parte della Banda Stern che aveva assasinato il mediatore ONU Folke Bernadotte), Shamir era un sionista revisionista della peggior specie. Non voleva saperne di trattare con gli arabi, e per obbligarlo a partecipare alla Conferenza di Madrid (1991), il presidente americano George Bush aveva dovuto addirittura minacciare di bloccare un prestito ad Israele per 10 miliardi di dollari. A quel punto Shamir aveva accettato di partecipare, ma riuscì a fare saltare la Conferenza nell’arco di soli tre giorni, concludendo il tutto con un nulla di fatto. 

Di fronte alla totale intransigenza della destra sionista, Arafat (il capo dell’OLP che viveva esiliato a Tunisi) fece una mossa inaspettata: cercò, in gran segreto, un contatto con il partito laburista di Rabin e Peres. E riuscì ad avere questo contatto tramite un canale assolutamente insospettabile: il governo norvegese. (In quel momento infatti in Norvegia governavano i laburisti, che fecero da tramite con gli omologhi israeliani).

Il canale aperto da Arafat si rivelò prezioso nel momento in cui i laburisti israeliani vincevano le elezioni, nel 92. Alla guida del governo tornava così Itzak Rabin, che sceglieva come ministro degli esteri proprio Shimon Peres.

Questa situazione favorevole portò ad una serie di incontri segreti, fra la delegazione palestinese e quella istraeliana, che si svolsero in Norvegia, vicino ad Oslo.

Questi incontri portarono a quelli che sono passati alla storia come gli accordi di Olso, siglati davanti a Bill Clinton nel 93 e nel 95.

Secondo questi accordi:

- Israele riconosceva la OLP come controparte ufficiale
- La OLP rinunciava al terrorismo e riconosceva lo stato di Israele
- Nasceva l’Autorità Palestinese, che avrebbe gestito – in concerto con Israele - le questioni amministrative di Gaza e Cisgiordania.

Il tutto, almeno teoricamente, avrebbe dovuto portare un giorno alla nascita di uno stato Palestinese in Gaza e Cisgiordania.

Gli accordi di Oslo furono celebrati in tutto il mondo come “roadmap to peace”, e valsero addirittura il Premio Nobel per la pace a Peres, Rabin e Arafat.

LA FREGATURA DI OSLO

In realtà quegli accordi contenevano tante belle promesse, ma sul lato pratico garantivano ben poco ai palestinesi. Se si ascoltano con attenzione le parole di Rabin e di Peres nei discorsi dell’epoca, si nota infatti che stavano molto attenti a non pronunciare mai la parola “indipendenza”, rispetto alla Palestina, ma si limitavano a parlare di una loro “autonomia” sul territorio.

Mancavano inoltre, negli accordi, tutte le questioni più importanti per i palestinesi. Le questioni sul controllo militare, lo status di Gerusalemme, il problema dei profughi che dovevano rientrare, la definizione dei confini, furono tutti argomenti che Israele si rifiutò categoricamente di discutere durante le trattative.

Tutte queste questioni venivano rimandate ad un futuro indeterminato, senza alcun impegno preciso da parte di Israele.

Di fatto, gli accordi erano talmente vantaggiosi per Israele che il loro capo negoziatore, Uri Savir, disse a Shimon Peres che sarebbe stata una follia non approfittarne. [Uri Savir: “Ho detto al mio ministro degli esteri: se non firmiamo subito questi accordi siamo degli idioti totali”].

Il vantaggio più vistoso per Israele derivava dal fatto che la Cisgiordania veniva divisa in tre zone, A, B e C. La neonata Autorità Palestinese avrebbe controllato la zona A, che era costituita solo dal 18% della Cisgiordania. Nella zona B, che costituiva circa il 22% del territorio, i palestinesi avrebbero gestito solo le questioni amministrative, mentre il controllo militare (quello che conta veramente) sarebbe rimasto a Israele. In ambedue le zone, A e B, Israele si riservava inoltre il diritto di fare incursioni e controlli a piacimento. La zona C infine, che costituiva circa il 60% della Cisgiordania, restava sotto il completo controllo di Israele, militare e civile.

La prima conseguenza di questa suddivisione è che Israele avrebbe potuto continuare indisturbata nell’insediamento di nuove colonie illegali. Cosa che avvenne puntualmente: nel periodo 93-95 si verificò una enorme accelerazione nel numero dei nuovi insediamenti, che triplicarono letteralmente nell’arco di pochi anni.

PERCHE’ ARAFAT ACCETTO’

A questo punto ci si domanda perchè Arafat abbia accettato di firmare. Alcuni hanno parlato di miopia da parte sua, altri di eccessiva fiducia verso Israele. Ma forse la realtà è molto più semplice: Arafat, nonostante i suoi toni belligeranti. non aveva alternative. Era stato lui a chiedere gli incontri segreti con Israele, e si era quindi presentato ad Oslo in una posizione di debolezza. Dall’alto della sua posizione dominante, Israele potè dettare tranquillamente tutte le condizioni che voleva (ed escludere tutti gli argomenti più scottanti che non intendeva risolvere).

Come ha commentato Ian Egeland, esponente del partito laburista norvegese: “Se hai un interlocutore forte e uno debole, quello forte vince. Se inoltre l’interlocutore forte è spalleggiato da una superpotenza mondiale come gli Stati Uniti, questo lo rende ancora più forte.”

Il vantaggio più vistoso in assoluto, per Israele, fu certamente quello di ottenere il riconoscimento della propria nazione da parte di Arafat, senza dover riconoscere a sua volta la nazione palestinese.

Ne conseguiva che la tanto decantata Autorità Palestinese, che avrebbe dovuto guidare il suo popolo all’indipendenza, in realtà diventava uno strumento di controllo sui palestinesi stessi, gestito per conto di Israele.

Come ebbe a commentare lo scrittore Edward Said: “Chiamiamo gli accordi con il loro vero nome: uno strumento di resa dei palestinesi. La Versailles dei palestinesi. Arafat ha venduto il suo popolo alla schiavitù.” 

Nonostante tutto questo, in Israele c’era chi protestava contro gli accordi di Oslo. Era la destra messianica, per la quale il fatto stesso di aver stretto la mano di Arafat, da parte di Rabin, era qualcosa di inaccettabile. 

Ad aizzare questa folla c’era la nuova stella del Likud, Benjamin Netanyahu.

Grazie alla sua retorica infiammatoria, Netanyahu generò in Israele uno stato di tensione tale, che durante un comizio nel 95, Rabin fu assassinato.

L’anno dopo Netanyahu vinceva le elezioni e diventava primo ministro. La prima cosa che fece fu dichiarare sostanzialmente nulli gli accordi di Oslo.

Da allora nessuno, in Israele, ha mai più parlato seriamente di soluzione a due stati (*). Anche perchè, nel frattempo, la Cisgiordania è stata smebrata in tanti piccoli “bantustan”, divisi da muri invalicabili, checkpoint ogni venti metri, e strade militari percorribili solo dagli israeliani. Anche volendo, per realizzare uno stato in Palestina oggi bisognerebbe prima rimuovere 500.000 coloni insediatisi nel corso di questi ultimi 30 anni. Chiunque conosca la stora di quella regione sa che questo è impensabile.

E’ quindi evidente che ci parla oggi di “soluzione a due stati” – sia esso Meloni, Schlein, il Papa o chiunque altro - o non conosce la storia, oppure usa questa “formula magica” per nascondersi ipocritamente dietro ad una posizione che è giusta solo a parole, ma che nella sostanza è assolutamente irrealizzabile.

Quelli che ci vanno di mezzo naturalmente sono i palestinesi, quelli che tutti a parole vorrebbero aiutare, ma che nei fatti vengono lasciati completamente soli, abbandonati al loro destino.

Massimo Mazzucco

* Ci fu un ultimo tentativo, a Camp David nel 2000, ma Arafat e Ehud Barak non riuscirono a mettersi d'accordo sullo status di Gerusalemme, e gli accordi saltarono.

Comments  
E' tutto fumo negli occhi, la diplomazia serve a coprire le vere intenzione ovvero sterminio dei Palestinesi a favore dell'ideologia Sionista.
Obbiettivo creare consentire ad israele di raggiungere il mare e poter quindi vantare legittimamente la proprietà dei giacimenti di Gas e petrolio a basso costo situati di fronte alel spieggia che oggi appartengono ai Palestinesi, e poi c'è tutta la malattia mentale dei Sionisti che devono annichilire i musulmani per costruire l'ennesimo tempio di Salomone per impedire che i 4 vacalieri dell'apocalisse liberino satana e quindi permettere la seconda venuta di gesu cristo, da ricovero e buttare la chiave.

Però questi malati mentali è da oltre 80 anni che controllano gli eventi che si manifestano e danneggiano il mondo e tutti noi.

E' dannatamente importante rimanere sugli accadimenti in Palestina perché è quello che sionisti (malati mentali e fanatici religiosi) sono disposti a fare a tutto il mondo.
C'è solo una soluzione che i sionisti accetteranno.
I palestinesi devono andarsene: sulle loro gambe o con le gambe in avanti.

Nessuna altra soluzione sarà mai accettata.
una soluzione io l'avrei........

ma non ho voglia di farmi espellere dal sito.