Il Vecchio Continente scopre il prezzo della sua sudditanza: la guerra voluta dalla coalizione Epstein non è solo un'aggressione all'Iran, ma l'ultimo atto per blindare l'ordine unipolare. E Bruxelles, che ha chiuso con Mosca per obbedienza, oggi paga il conto più caro di tutti.

di Fabrizio Verde

C'è un'ombra che si allunga sul Vecchio Continente e non è solo quella della crisi energetica. Mentre i riflettori dei media occidentali restano puntati sulle presunte "spaccature" interne all'Unione, la tempesta perfetta si sta addensando altrove, e precisamente in Medio Oriente. A lanciare l'allarme, con il tono misurato di chi è abituato a maneggiare miliardi, è il direttore generale del Meccanismo Europeo di Stabilità, Pierre Gramegna. Da Bruxelles, nella grigia routine di una conferenza stampa, ha dipinto uno scenario che farebbe tremare i polsi a qualsiasi analista: la guerra innescata dall'offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele (la coalizione Epstein) contro l'Iran non è solo una tragedia umanitaria, ma sta già riscrivendo le sorti economiche dell'Europa.

Fino a poche settimane fa, racconta Gramegna, i mercati guardavano al Vecchio Continente con un certo ottimismo. Gli investitori strizzavano l'occhio ai titoli europei, azioni e obbligazioni sembravano un porto sicuro. Poi è bastato l'accendersi delle ostilità scatenate dal proditorio attacco della coalizione Epstein alla Repubblca Islamica, lo scorso 28 febbraio, e quella fiducia si è come congelata. Il conflitto, ha spiegato il direttore, ha frenato bruscamente quel timido risveglio. Il motivo? La solita, vecchia, maledetta dipendenza energetica. L'Europa è un gigante dai piedi d'argilla che ha bisogno di energia proveniente da fornitori esterni al blocco per far battere il suo cuore industriale, e quando in Medio Oriente si alza la polvere, in Europa si fermano le fabbriche, specialmente dopo che si è masochisticamente rinunciato all’energia a basso costo fornita dalla Federazione Russa.

I numeri parlano chiaro e non hanno bisogno di interpretazioni: le Borse europee hanno perso terreno per circa il 9%, mentre il petrolio è schizzato verso l'alto di un buon 40%. Ma è sul fronte del gas che la situazione diventa incandescente: i prezzi sono letteralmente esplosi, con un balzo vicino al 90%. Un colpo durissimo per famiglie e imprese. In tutto questo, l'euro arretra rispetto al dollaro, indebolendo ulteriormente il potere d'acquisto del continente. E la Banca Centrale Europea, che fino a ieri sembrava intenzionata a rallentare la stretta monetaria, ora si trova a dover rivedere i piani: gli investitori scommettono su un nuovo rialzo dei tassi entro fine anno. Tradotto: finanziarsi costerà di più per tutti, Stati in testa, con il rendimento dei titoli tedeschi che ha già segnato un rialzo significativo.

Gramegna prova a gettare acqua sul fuoco ricordando che l'Europa ha imparato qualcosa dalla crisi passata, che avrebbe costruito capacità di resistenza. Ma è lo stesso dirigente a mettere in guardia: se il conflitto dovesse trascinarsi, lo scenario potrebbe cambiare radicalmente in peggio. Il mercato è un animale nervoso, e la geopolitica il suo padrone più crudele.

Ma cosa muove davvero le fila di questa guerra? Mentre in Europa si contano i danni collaterali, da Teheran arriva una lettura spietata e lucida delle reali motivazioni del conflitto. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, non usa giri di parole: l'obiettivo primario dell'aggressione statunitense e israeliana, giunta ormai all'undicesimo giorno, è impadronirsi delle riserve petrolifere dell'Iran. Un'accusa pesante, che Baghaei suffraga citando nientemeno che un articolo della stampa nordamericana, un pezzo apparso su Fox News e pubblicamente avallato dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt.

L'articolo in questione delinea una strategia chiara: dopo il sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro, che di fatto ha aperto le porte di Caracas al controllo energetico statunitense, e con la tradizionale influenza sui Paesi del Golfo, l'Iran rappresenterebbe l'ultimo tassello del puzzle per il dominio totale di Washington sull'energia mondiale. L'Iran è descritto come il "pezzo finale" di un disegno che mira a mettere le mani su tutte le principali fonti di approvvigionamento. Se Teheran cadesse sotto il controllo economico statunitense, la Cina si troverebbe tagliata fuori dall'accesso al petrolio scontato iraniano e venezuelano, costretta a rifornirsi sul mercato globale a prezzi maggiorati, frenando di fatto la sua ascesa tecnologica.

Non è solo una guerra per procura o per ragioni ideologiche, insiste Baghaei: è una guerra per il controllo delle materie prime, per il diritto di decidere chi possa accedere all'energia e a che prezzo. L'Iran, in questa lettura, non sta difendendo solo i propri confini da quella che definisce a giusta ragione come una "brutale guerra di aggressione", ma sta difendendo un principio di sovranità che riguarda l'intera comunità internazionale. E i primi segnali si vedono già: la produzione e il trasporto di idrocarburi nell'intera regione sono stati pesantemente compromessi, e Teheran ha già avvertito che un'ulteriore escalation potrebbe far schizzare il prezzo del petrolio verso vette mai raggiunte prima. La posta in gioco, insomma, è altissima. E mentre a Bruxelles si discute di aria fritta in base a un liberismo sempre più vetusto e anacronistico, in Medio Oriente si sta decidendo se il mondo che verrà sarà ancora a trazione unipolare - quella di chi controlla l'energia - o se davvero potrà nascere definitivamente quel multipolarismo di cui tanto si parla ma che qualcuno è disposto a tutto per soffocare sul nascere.

Fonte L'Antidiplomatico

Comments  

Quote:

L'Iran, in questa lettura, non sta difendendo solo i propri confini da quella che definisce a giusta ragione come una "brutale guerra di aggressione", ma sta difendendo un principio di sovranità che riguarda l'intera comunità internazionale.

Condivido ogni virgola.
È un piano di dominio globale, e mi permetto di aggiungere, oltre alle risorse dal sud america al medio oriente, hanno anche in mano i dati sensibili che riguardano la sicurezza nazionale di quasi tutti gli stati occidentali, sono ad un passo dal conquistare il mondo intero.
al tavolo da poker se dopo tre mani non individui il pollo della serata ,il pollo sei te........

Quote:

Fino a poche settimane fa, racconta Gramegna, i mercati guardavano al Vecchio Continente con un certo ottimismo. Gli investitori strizzavano l'occhio ai titoli europei, azioni e obbligazioni sembravano un porto sicuro.

A giudicare dai rendimenti, questo sentiment non è cambiato molto.


Quote:

Il motivo? La solita, vecchia, maledetta dipendenza energetica.

Anche la Cina è dipendente dall’estero, per l’energia. Come mai I titoli di Stato cinesi sono MENO remunerativi di quelli statunitensi? Eppure gli USA sono energeticamente indipendenti.


Quote:

I numeri parlano chiaro e non hanno bisogno di interpretazioni: le Borse europee hanno perso terreno per circa il 9%

Non quando sia stato scritto l’articolo. Comunque, ad oggi:

L’indice spagnolo ha perso il 4.5%
L’indice tedesco ha perso il 5.4%
L’indice italiano ha perso il 4.2%
L’indice inglese ha perso il 4.2%


Quote:

mentre il petrolio è schizzato verso l'alto di un buon 40%. Ma è sul fronte del gas che la situazione diventa incandescente: i prezzi sono letteralmente esplosi, con un balzo vicino al 90%. Un colpo durissimo per famiglie e imprese.

Avete voluto chiudere le centrali nucleari? Questo è il risultato.


Quote:

In tutto questo, l'euro arretra rispetto al dollaro, indebolendo ulteriormente il potere d'acquisto del continente.

Negli ultimi 3 anni e mezzo l'euro è praticamente solo salito rispetto al dollaro:




Quote:

con il rendimento dei titoli tedeschi che ha già segnato un rialzo significativo.

Il rendimento dei titoli di Stato a 10 anni è passato dal 2.65% al 2.85%.

Era più alto a gennaio e dicembre.

Fonte: it.investing.com/.../germany-10-year-bond-yield
Doppio.