L’altra sera sono andato a giocare una partita fuori casa. Invitato da Francesco Borgonovo, ho partecipato ad una live di GALT, una testata apertamente di destra. Oltre a Borgonovo c’erano Matteo Brandi, Gianni Alemanno, Guido Taietti (Casapound), Andrea Tosatto e altri. Tutte persone corrette e rispettose delle idee altrui, a partire dallo stesso Borgonovo. (C'era anche Francesco Toscano, che però per problemi tecnici non ha potuto intervenire).
Volevo cercare di capire come nasca nella testa della destra la fusione fra insofferenza (odio?) per l’Islam e insofferenza (odio?) per la sinistra radicale, che loro identificano automaticamente con i pro-Pal.
Sono partito cauto, poi ho provato a stimolarli su questo argomento in diverse occasioni (min. 42, 1h.25). Non so se ci sono riuscito fino in fondo, ma mi ha molto colpito la lettura di Alemanno (1h. 20 min) sul fatto che il vuoto lasciato libero dalla destra sulla questione palestinese abbia favorito la enorme esplosione del movimento pro-Pal a sinistra.
La puntata è stata lunga, ma per chi ha tempo e voglia ci sono diversi spunti interessanti.





L’altra sera sono andato a giocare una partita fuori casa.
Sì ma, a la fine, aaamo vinto o aaamo perso?
grazie bellissima puntata,
interventi molto lucidi e pacati nonostante gli ospiti fossero tutti in collegamento.
visto che si e' parlato della unione tra islam e sinistra, giro un'analisi chiara della visione politica e sociale di Youssef tratta dai suoi articoli (NON dalla chat/gruppo telegram)
Giratelo ai vostri amici di "sinistra" che almeno gli salvate il collo.
Ha confrontato e battuto il potere dei colossi che investono decine di miliardi nel settore, ma giustamente teme i terroristi con cui ha fatto politica.
ripeto, sono monotematico, rompicojoni, pedante etc etc ma se avete amici nel sindacato o nei partiti di sinistra, avvisateli.
E' per il loro bene.
"Germania, scandalo sull'aspirante sindaca di Berlino che ammette (per errore) di aver paura di suoi esponenti pro-Hamas: «Non posso mettere in pericolo la mia famiglia»
di Mara Gergolet
Bufera mediatica su Elif Eralp, candidata della Linke che ha vinto le elezioni a Berlino, dopo le dichiarazioni allo Spiegel: «Non voglio fare nomi concreti, mio marito ha paura di queste persone e anche io»
L’aspirante sindaca ha paura. Per se stessa e la famiglia, tanto da non voler pronunciare il nome di un noto esponente pro-Hamas per condannarlo pubblicamente. E così l’intervista fatta da Elif Eralp — la candidata della Linke, che ha vinto le elezioni di Berlino — allo Spiegel diventa un formidabile scandalo, un pasticcio politico che può mettere da subito la pietra tombale alle sue aspirazioni, ai progetti di esproprio di case e della «Berlino rossa». Un polverone, con dentro i clan, l’antisemitismo, i colpi (anche bassi) dei media, ipocrisia e un’intervista che viaggia per email, in un mix micidiale di tensione e imperizia come fosse una puntata di Borgen.
Lo Spiegel chiede un’intervista all’aspirante sindaca. La incalza sull’antisemitismo, mentre lei vorrebbe parlare di case. Sono settimane che la Linke è sotto accusa per i legami di alcuni suoi esponenti con ambienti pro-pal, ma anche pro-Hamas e antisemiti. Un esponente di un clan, che domina la piazza dello spaccio di Neukölln, è comparso alla festa della vittoria. Eralp si infastidisce per l’insistenza, spiega che sapeva dell’impegno per i palestinesi di certi membri, ma che non si aspettava che in campagna elettorale si superassero certi limiti. Li condanna. Le chiedono se si riferisce anche a Ibrahim Ibrahim? E risponde semplicemente di sì.
Ora, Ibrahim Ibrahim, 70 anni, è uno nome celebre: ha detto in pubblico che la mente del 7 ottobre, Sinwar, non è un terrorista ma un «eroe». Vicino al Fronte per la liberazione della Palestina (ed evidentemente non lontano da Hamas), non è solo un fiancheggiatore ma un organizzatore del radicalismo. Sennonché qui comincia il dramma.
Secondo le peculiari (e non esemplari) abitudini tedesche, le interviste politiche vengono autorizzate: rilette dall’intervistato e dal suo staff, che può precisare o correggere le risposte, ma non intervenire sul resto. Quando l’autorizzazione finalmente arriva, è evidente che qualcosa è andato storto. A margine sono rimaste le note dello staff, e quelle di Elif Eralp. In una dice testualmente: «C’è un PROBLEMA». Poi ancora: «Non posso mettere in pericolo me e la mia famiglia». E citandolo per nome, lui «non vuole, mio marito, e nemmeno io, fare nomi concreti, lui ha paura di queste persone e anch’io». Per chiudere disperandosi: «Non dovevo mai dare quest’intervista allo Spiegel». Chiede che la domanda su Ibrahim sia tolta, lo Spiegel risponde picche. Non solo, ma contravvenendo all’etichetta, pubblica anche la risposta non autorizzata. E tutto il contesto dell’intervista.
Il giornale ammette di non aver rispettato il fair play, ma se ne sente autorizzato: «Sarebbe inaccettabile se una sindaca di Berlino — dicono gli autori — subordinasse importanti dichiarazioni politiche, o addirittura decisioni, al fatto che lei personalmente o suoi familiari stretti abbiano paura di determinate persone o gruppi». Il caso è una bomba, lo riprendono i giornali («Eralp ha paura di sostenitori dei terroristi»), infiamma i social.
L’antisemitismo è il tallone d’Achille della Linke. Ci sono membri nel partito, come l’avvocato Kocak, apertamente vicini ai radicali. La Linke è fortissima a Kreuzberg, Neukölln e in alcuni quartieri arabi, con una certa tolleranza dell’illegalità, dove la polizia e lo Stato sono in ritirata: una «constituency» dove girano anche idee estreme e antisemite. E se Eralp finora ha fatto un buon lavoro a distanziarsene, e marcare i confini da non superare, l’intervista e il maldestro tentativo di correggerla hanno scoperchiato il vaso di Pandora. Gli avversari della Linke gongolano: i conservatori, la Bild, il cancelliere Merz, che vedono nel possibile governo rosso-rosso (SPD)-verde a Berlino una catastrofe e un preavviso di bancarotta per la capitale, non credono ai propri occhi: uno scandalo autoprodotto, con una spruzzata di dilettantismo, che la può affossare.
L’avventura di Elif Eralp, che voleva essere la Mamdani di Berlino, con al collo la catenella «tetto agli affitti» e sempre un tocco di rossetto rosso, è a un passo dal flop. Deve convincere Spd, Verdi e tutti gli altri di essere libera, non ricattabile. Se non è già troppo tardi.
Ai politici di punta viene proposta una scelta:
"O obbedisci e fai quello che ti si dice di fare, e mangi caviale e champagne, oppure ti gettiamo dalla finestra."
#4 c0ntr0man0
Per quanto ci possano essere delle ripercussioni la notizia passa comunque ed è questo l'ìimportante.
Parafrasando: "il gioco vale la candela".
questa ha battuto i fondi immobiliari che valgono miliardi e che hanno in portafoglio migliaia di appartamenti.
ma finalmente si e' accorta di aver fatto i conti senza l'oste (i terroristi islamici) e adesso ha paura.
che serva da lezione.
non si fanno affari con mafiosi, terroristi e criminali in genere perche' prima o poi presentano il conto